Hank è uno sfasciacarrozze, Frannie è vetrinista in un’agenzia di viaggi. È il 4 luglio, il giorno del quinto anniversario del loro primo incontro. Ma le cose non vanno come da copione e i festeggiamenti si risolvono in fallimento, in abbandono e in tradimenti.
I due si confrontano: lei lo ha tradito in passato con il suo migliore amico, lui ha passato una notte di sesso con un’amichetta. I due si lasciano, e senza perdere tempo, nella stessa notte, Hank seduce una ballerina-acrobata, mentre Frannie si lascia conquistare da un gentiluomo che canta in un piano bar e che tira avanti facendo il cameriere.
A metà strada tra una favola metempsicotica e una (primitiva) traduzione occidentale del buddismo, ibridazione questa almeno esotica e suggestiva, il film di Bernardo Bertolucci si sviluppa tra una bluastra Seattle e un rosseggiante Buthan. Intriso di uno spiritualismo incandescente e segnato da una sognante nostalgia metafisica, “Piccolo Buddha” è una fascinosa porta dipinta per accedere a un altro mondo; un prezioso unicum nella cinematografia europea contemporanea, manifestazione d’un crescente interesse per le culture orientali e d’una, si spera, rinnovata professione d’apertura mentale.
Un’esistenza solare e trionfale destinata a rovesciarsi rovinosamente in una cupa e asettica sopravvivenza; un sogno di potere, di gloria e di grandezza massacrato da una sorte miserabile, spietata e imprevedibile. Nel crepuscolo dell’Impero Cinese, vita e vicende dell’ultimo imperatore, Aisin-Gioro Pu Yi, eletto nella più totale incoscienza, a neppure tre anni, detronizzato dalla crescente destabilizzazione politica del Paese, tramortito dalla fallimentare e artificiosa speculazione dello stato fantoccio del Manciukuo e lobotomizzato dal regime di Mao.
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