Quando esco dal cinema dove siamo stati a vedere Il cigno nero ho tutto il film, dentro, che rimescola le viscere. Per qualche secondo, nell'intervallo, è scesa la pace, il tempo necessario a prepararmi per il secondo tempo. Non lascia scampo, questo film. Si odia, si ama. Eccessivo, forse, ma non più della realtà, se ci si ferma un attimo a pensare. A riflettere su ciò che si è vissuto, si vive. Su quello che si legge, che si vede, che si ascolta. Lo schermo ha mostrato un'ossessione, l'ha resa tangibile, me l'ha incisa nel sangue e la sento scorrere ancora dopo giorni. Il cinema è artefatto, è costruzione, e questo, nonostante tutto, è un film razionale. Ragionato. Umano. Logico.
C’è una capacità che andrebbe sempre riconosciuta al cinema francese, o meglio, all’industria cinematografica francese. Quella di costituire l’unica vera opposizione, l’unico tentativo di resistenza a quella imperante proveniente dall’America. Andrebbe riconosciuta la sua capacità di proporre un’offerta cinematografica a trecentosessanta gradi, che fugge quasi sempre all’appiattimento del cinema di genere, come è invece avvenuto in Italia dopo la fertile stagione neorealista.
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