Onestamente fuori dal tempo, questo feuilletton dello scrittore e alpinista triestino Dušan Jelinčič, classe 1953, espressione della minoranza etnica slovena, è una discreta e tenera pagina di letteratura sentimentale, caratterizzata da una trama ben articolata e da una lingua quando troppo libresca, quando fiabesca, quando semplicemente improbabile.
“La città è un grappolo di giada disteso su sette colli. Con un fiammifero faccio sciogliere un chicco di resina. Un fantasma si risveglia nel fluido denso e muove pian piano le membra. La bora fa volare i manifesti stracciati. La colonna per le affissioni nel Corso oscilla come un pallone” [scrittura lirica di Dragan Velikić, in “Via Pola”; Zandonai, 2009; p. 118]
Alberto è un giovane studente universitario fuori sede impegnato nei Servizi sociali in quel di Venezia, disorientato al tempo stesso da nebbiosi scompensi emotivi e psichici che, più che un soggetto capace di soccorrere il prossimo, lo trasformano in un’anima bisognosa d’aiuto. Le sue giornate si colorano di episodi irreali, comici ma con sfumature agghiaccianti: equivoci che spingono una famiglia dei bassifondi a compiere rapine su consiglio (mai dato, in realtà) dello stesso Alberto, apparizioni di ignoti individui che gli indicano esplicitamente la via del suicidio, congetture bislacche e manie di persecuzione ordite dal datore di lavoro – tale Lorenzi – che lo costringono a vaneggiamenti di polanskiana memoria.
La neonata collana “Occhi aperti su Venezia”, edita da Corte del Fontego, si propone, attraverso dei testi molto brevi ed essenziali, di rispondere ad alcune delle più ricorrenti domande che una città complessa come Venezia suscita in un pubblico non distratto e appassionato, non solo veneziano.
La neonata collana “Occhi aperti su Venezia”, edita da Corte del Fontego, si propone, attraverso dei testi molto brevi ed essenziali, di rispondere ad alcune delle più ricorrenti domande che una città complessa come Venezia suscita in un pubblico non distratto e appassionato, non solo veneziano. Il risultato sono questi libretti di piccolo formato, accattivanti e assai leggibili.
La neonata collana “Occhi aperti su Venezia”, edita da Corte del Fontego, si propone, attraverso dei testi molto brevi ed essenziali, di rispondere ad alcune delle più ricorrenti domande che una città complessa come Venezia suscita in un pubblico non distratto e appassionato, non solo veneziano. Il risultato sono questi libretti di piccolo formato, accattivanti e assai leggibili.
Si è scelto La cosa buffa (invece chessò, Il male oscuro o l’altro successone Il cielo è rosso), non per la nostra solita sicumera di distanziarsi dal prevedibile, ma per un breve viaggio tout-court nell’arte bertiana per travisar discorsi (e perché comunque il romanzo è riuscito). Discorsi che non sono quelli lappa palle dell’identificazione ideologica del personaggio (che si farebbe notte: ma dunque era fascista? Ma per i fascisti era comunista? Era un traditore?
Sfilano i palazzi del Canalazzo – così infatti il Canal Grande viene chiamato dai veneziani e non in senso dispregiativo, è un omaggio alla sua grandezza, visto che le altre vie d’acqua si meritano solo l’appellativo di rii – sfilano come quando si passa in battello o in barca e ciascuno rivela la sua età, un aneddoto, uno o più personaggi che hanno abitato fra le sue mura.
“Si prenda ad esempio dalla Serenissima che da sola e coi poveri mezzi di allora, per sette secoli, seppe salvare Venezia dalla doppia insidia del mare e della terra. Anch’essa aveva il suo alto commissario. Si chiamava Magistrato delle Acque. Era il secondo personaggio della Repubblica, e la sua parola per quanto riguardava la laguna, cioè la vita di Venezia, faceva legge. Ma il doge nell’investirlo di questi supremi compiti, lo presentava al popolo con queste parole: Pesatelo, pagatelo e, se sbaglia, impiccatelo.
“Il ratto delle Sabine”, un dipinto del Tintoretto. Sulla copertina de “La lunga attesa dell'angelo” c'è proprio un dettaglio di questo quadro. Non avevo mai letto la Mazzucco ed il titolo del libro, che pure è tratto da un verso della Plath, non mi ha intrigata. Però lei, quella donna dipinta col panneggio rosso che le avvolge i fianchi hanno afferrato sguardo e curiosità. Ho sbirciato la quarta di copertina ed ho trovato riferimenti al grande pittore veneziano: amo le vite tradotte in romanzo. L'ho comprato.
Storie di giovani, di amori, di alcool, storie di pendolarismo o di corse in autostrada da Venezia a Trieste, storie minime di vita quotidiana o di straordinaria follia, di tradimenti – dell’amore, dell’amicizia - di viaggi e di permanenza.
“I bambini saltano fuori dalla pancia delle madri e scoppiano a piangere, ancora terrorizzati da quello che hanno abbandonato, dalla morte che hanno scampato. Sono pezzi di corpo della madre in fuga da lei. Le madri cercano di tenerli legati a sé, li trattengono quando nascono, ma i bambini fuggono ugualmente, e allora le madri deluse si vendicano, aizzano contro di loro la morte, la corda che li trattiene diventa il serpente che morde il loro piccolo ventre, e gli inietta il veleno mortale. Anche loro sono segnati, il loro destino gli è stato inoculato nella pancia.
Venezia, settembre 1955. Nella Fondazione Cini si incontrano un gruppo di intellettuali provenienti da diversi Paesi islamici e dall'Italia: uno di loro è Guido Piovene. Si incontrano per parlare delle relazioni e dei conflitti in atto tra le civiltà occidentali e quelle orientali: per discuterne e per trovare soluzioni ai contrasti. Due anni più tardi, Mondadori pubblica il suo resoconto di quelle giornate; un documento unico, di sicuro interesse e di profonda attualità a oltre cinquant'anni dalla sua prima edizione. Purtroppo.
Carbonetti, già direttore del “Corriere Istriano”, quotidiano di Pola, fu uomo di grande cultura e passione dalmatica; ex allievo del Ginnasio Reale di Sebenico, esule in Italia, fu patriota instancabile e orgoglioso. Suo padre era marchigiano, sua madre una Jovanovich. Classe 1905, veniva da quella “fascia di terra meravigliosa” che va dal Quarnero di Fiume, a Nord, sino alla foce della Boiana, a Sud, confine con l'Albania: da Sebenico, madre del genio di Niccolò Tommaseo. Là, come a Zara o a Trau o a Spalato, tutta l'architettura grida e sempre griderà, nonostante le macchie di cemento slavocomuniste, Roma e Venezia: griderà: Italia!
“'Omnia mea mecum fero': portarsi tutto, disfare la sera e rifare al mattino, è il rito nomadico che rende irreversibile il distacco da casa. Ma non puoi capirlo, se il viaggio dura un giorno solo” (Rumiz, “È Oriente”, p. 11)
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