Sull’identità vicentina e altro – 2.
Primo romanzo del padovano Matteo Strukul, “La ballata di Mila” [e/o, 2011] è una divertente trasfigurazione pop del drammatico scontro in atto tra malavita autoctona e malavita cinese, nel Nordest, una tarantiniana vicenda di femminina vendetta e un buon esempio di narrativa d'azione, in generale. Andiamo a farci quattro chiacchiere con Matteo. È questo signore qua.
Apprezzato da Eraldo Baldini, che ne ha proposto la pubblicazione presso l'editore forlivese Foschi e ne ha pure scritto la prefazione, La valle dell'orco è un singolare caso di longseller “locale”. A distanza di quattro anni e dopo tre ristampe le copie vendute hanno superato le 10 mila. Chi lo ha letto lo ha consigliato a parenti ed amici, che a loro volta lo hanno consigliato ad altri lettori e così via. Potenza del passaparola.
«“Qualcosa so” si difese l'ispettore. “E cosa? L'origine del prosecco? Lei sarà uno di quelli che mormorano sulle origini giuliane del prosek, o che si appellano all'analisi del DNA per dimostrare che il prosecco è identico al croato Teran Bijeli. Sarà uno di quelli con la puzza sotto il naso, perché per fare il prosecco si deve essere un po' bastardi e mescolare tracce di chardonnay e di verdiso nelle annate calde, e di bianchetta trevigiana in quelle più fredde”.
Nel 1953 quando scrive “Il prete bello”, Parise è un letterato che si trova a Milano per lavorare presso la casa editrice Garzanti. Sebbene sia contento della sua nuova attività, vive “ore di vuoto, di tristezza, di solitudine” nella grande città, specie la sera.
Quella che segue è la trascrizione dell'intervista curata da Aurora Dal Maso lo scorso 5 marzo, nel corso dell'incontro di presentazione del romanzo di Franco Stelzer Matematici nel sole (Il Maestrale, 2009; 2° classificato come libro dell'anno 2009 a Fahrenheit di Rai radio 3) presso la libreria Mondadori Quarto Potere di Vicenza, in collaborazione con CaRtaCaNta.
In uno dei più bei racconti dei “Sillabari”, “Amicizia”, Parise descrive un uomo che sembra somigliare molto all'archetipo del cantastorie, del moderno narratore: “Sapeva fare una cosa sola nella vita, cioè osservare nei particolari (sempre mutevoli) gli altri nove e il tempo, sperando e studiando il modo, senza che nessuno se ne accorgesse, che tutte queste cose fossero in armonia tra loro” (p. 31). Ecco – questo è quanto intendeva fare lo stesso artista vicentino, ideando quel leggendario lavoro quotidiano di poesia in prosa che sono “I sillabari”.
“L'italiano non ha paura / della legge di natura / e talvolta, anzi, corregge / la natura della legge” (“Benedetti italiani”, p. 153): dimenticate l'orgoglio patriottico localissimo dei “Maledetti toscani”, dimenticate quanta ostilità e quanto sarcasmo si nascondeva in quelle righe nei confronti di tutti quei cittadini che non fossero toscani; dimenticatelo, ché Malaparte ha giocato un'altra volta al gioco del contradditorio, all'amplificazione parossistica della doppiezza, al gusto di avere stile nell'essere prima guelfo e poi ghibelllino.
Lontano. Lontano, dalle parti del fiume Mekong, nel cuore del Laos. A quattro passi dal Vietnam. Vientiane, un taxi, tanti bordelli, distese d'oppio sino a perdere lo sguardo, nei territori delle tribù Meo. Lontano, dalle parti forse del Veneto, in un borgo detto “delle zitelle”, a fare compagnia a una donna sola dal nome di suora. Lontano, nel passato, per ricordare quel tredicenne magro e meraviglioso, dandy ante litteram, di cui Parise bambino s'innamorò; è diventato un uomo che gioca a poker e non ha più nessun fascino. Ma Goffredo si stupisce che il mondo non si sia accorto che Ignazio, ragazzino, era Dio.
Vicenza, 13 febbraio. Nutrita affluenza di pubblico all'inaugurazione della nuova sede della libreria Mondadori “Quarto potere”, in Ponte Pusterla. Ospite d'eccezione Gian Mario Villalta, col suo Padroni a casa nostra. Perché a Nordest siamo tutti antipatici (Mondadori, 2009), che ha aperto le danze degli eventi CaRtaCaNta per il 2010. Ha dialogato con lui il gran cerimoniere Alberto della Rovere. In questa sede il mio intento è stato quello di condensare e offrire al lettore alcuni tra i vari spunti di riflessione e di analisi che l'autore ha rivolto alla platea.
“Performances censurate dall'editore ma corrette con collages, una copia alla volta, dal sottoscritto: che non ne ha più nessuna”. Scopriamo quindi questa rarissima plaquette pubblicata dai tipi dell'Antico Mercato Saraceno di Treviso nel 1986. “I giardini della Maharani” è uscita a due anni di distanza da “Persistenza del cavallino” (1984), espressione del Troisio più sperimentale, sregolato e possibilmente estraneo alla linearità: sostanzialmente, stupefacente. Tranquilli: siamo sempre da quelle parti. “Waste sky. / Diavolo di un signifiant / su vetrofania elusa / all'ultima delle porticine / la fantaisie au boudoir dietro / a iura dietro ad aforismi”. Appunto.
Nel 1991, anno di pubblicazione di "American Psycho" e di "Nevermind", Pietro Maso, un giovane veronese di 19 anni, aiutato da tre amici (Paolo Cavazza, 18 anni, Giorgio Carbognin, 18 anni, e Damiano Burano, 17 anni), uccise i suoi genitori per ottenere subito la sua parte di eredità e da quel giorno non ci fu bocca, giornale, televisione che non si riempì (spesso in maniera fuoriluogo) delle parole "malessere del Nord-Est".
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