Il libro di Gianfranco Franchi arriva sulla mia scrivania, planando fra la tastiera e la calcolatrice Olympia CPD5212. Anacronistico. Freddo e sottile come una lama, grigio con quel mare di piombo in copertina.
E' brutto.
“Peccato: aveva senso. Mica significato” (1)
Nevrosi, nevrastenia, ma anche amore, disincanto ed improvviso e subitaneo richiamo della poesia. Distruggere ma anche costruire.
Eliminare i punti a capo, non abusare delle virgole. Corti circuiti sintattici, elettricità visionaria per descrivere l'emozione più semplice, come arbitrariamente potrebbe essere una vista sorpresa e timida del panorama offerto dal Gianicolo, a Roma.Qualcosa per.Qualcosa come.Qualcosa di.
“Non dirlo a nessuno”. “Sono morto quando ho smesso di chiedere” - aveva scritto l'autore in “Ombra della fontana”. Ha perseverato invece nella ricerca con una tensione continua, rinnovando ogni volta il dolore di considerare finito un ruolo per spogliarsene senza mai gettarne memoria d'amore o odio che fosse.
Credo che ogni anima viva nella ricerca di affinità elettive, di espressioni speculari perfette nell’alterità, di utopiche ideali totali convergenze. Vaghiamo, trascinandoci, sprigionando furore e speranza e dolore, desiderando che l’arte ci sostenga, ci rigeneri, ci sappia elevare; che sia un sentiero per un infinito mondo di bellezza e verità. La mia anima ha salutato nella musica dei Joy Division e nella poesia di Ian Curtis il canto più vivo e miracoloso; accompagnato nel tempo dalla loro rabbia e dalla loro disperazione, ho accettato che il dominio della lotta non conoscesse fine.
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