In un futuro non molto lontano la genetica determina e scandisce il destino degli esseri umani. È la discriminante che divide il mondo in “validi” – gli eletti, coloro che possono aspirare alle cariche più alte – e in “non validi” – vittime designate del sistema perché geneticamente imperfetti, non idonei e non compatibili ai processi che dettano il ritmo della società attuale. A sentire questo verdetto, Vincent – “non valido” e cardiopatico e segnato da un diagramma cromosomico che gli pronostica trent’anni di vita – non avrebbe via di scampo.
Dopo il metalinguaggio narrativo di Pulp Fiction, improntato sulla connivenza tra dialoghi quotidiani e spunti biblici, sperimentazione di un nuovo testo, caotico e lineare al contempo, ricco di trame e sfaccettature che si intessono in un’unica trama generale, il dinamitardo Tarantino si butta ancora a capofitto nella pratica che preferisce, la scrittura, ma stavolta senza trama e senza dramma, una revenge tragedy che fa riferimento ad una cultura giapponese, italiana e americana. Una storia che, tanto per capirci, ha poco a che fare con Amleto, la revenge tragedy per eccellenza in virtù delle sue meccaniche drammaturgiche e psicologiche. Ma grazie anche alle postume sovradeterminazioni.
KILL THE BRIDE
Fastoso esercizio di stile o sfavillante sottoprodotto culturale che sia, il Quarto Film di Tarantino (così annunciato nei titoli) è confezionato con una apprezzabile coerenza kitsch e una miracolosa ostentazione splatter.
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