Ho conosciuto la strage di Babij Jar qualche tempo fa leggendo "La pianista bambina" di Greg Dawson. Poco tempo dopo, vagando tra gli scaffali di una libreria di Roma, sono incappata in questo libro il cui titolo non lascia spazio ad alcun dubbio. Kuznetsov c'era. Aveva solo 12 anni quando l'esercito tedesco invase Kiev, la sua città: il 19 settembre 1941 i nazisti entrarono nella capitale dell'Ucraina. L'occupazione si protrasse per due anni e due mesi prima che l'esercito di Hitler decidesse di ritirarsi.
Quando Greg Dawson contattò per la prima volta un agente letterario di New York per presentare il manoscritto de "La pianista bambina", venne respinto. Lo scrittore si sentì rispondere che il genere era stato fin troppo sfruttato e che si voleva solo trasformare la vicenda di sua madre nell'ennesimo psicodramma sull'Olocausto.
Il XX secolo é spesso stato chiamato “il secolo dei genocidi”: lo hanno tristemente caratterizzato il genocidio degli armeni, seguito dalla tragedia del Holodomor, dall'olocausto, dai Gulag, dal massacro di Katyn, senza dimenticare le diverse stragi avvenute in Cambogia e più di recente, nella Ex-Yugoslavia e in Rwanda.
Questo crimine non è una novità del novecento; era una pratica già diffusa molto tempo prima, ad esempio durante la colonizzazione dell'America, dove il 90% dei 80 milioni di indigeni furono sterminati senza dimenticare il dramma del colonialismo (Africa, Indonesia,...).
Genocidio: una definizione tardiva:
La rinascita delle ambizioni imperiali della Federazione Russa, palesatesi dopo le vicende georgiane dell’estate 2008, sarebbe alla base di un nuovo scontro tra Occidente e Russia che, in un saggio dal titolo volutamente provocatorio, Edward Lucas definisce “La Nuova Guerra Fredda”.
“Delineare una storia ucraina dopo il 1991, l’anno della svolta – scrive nell’introduzione Katrin Boeckh, coautrice assieme allo scomparso Ekkehard Völkl di questo saggio uscito per i tipi della triestina Beit – rappresenta […] una sfida, non soltanto perché va scritta tenendo presenti mappe mentali differenti, ma anche perché la letteratura storica esistente non ha ancora articolato e risolto tutte le questioni che rimangono aperte nelle vicende di questo paese”.
“'Omnia mea mecum fero': portarsi tutto, disfare la sera e rifare al mattino, è il rito nomadico che rende irreversibile il distacco da casa. Ma non puoi capirlo, se il viaggio dura un giorno solo” (Rumiz, “È Oriente”, p. 11)
La falce c’era pure sulla copertina di A Broken Frame, secondo disco dei Depeche Mode, il primo senza il dimissionario Vince Clarke. Vinse anche un premio quella cover ideata da Brian Griffin, visual artist tra l’altro degli Echo and the Bunnymen. L’immagine, che apparirà nel 1989 sulla prestigiosa copertina della rivista Life, in un articolo sulle migliori foto degli anni Ottanta, ritraeva una donna di spalle, con la falce, in un campo di grano rivolta verso un cielo scuro e minaccioso.
“Amo guardare i vecchi album di fotografie, con le foto degli anni Quaranta-Cinquanta, dove quei ragazzi, allegri e con i capelli corti, sorridono sempre alla macchina fotografica, in uniformi militari o del Politecnico, con oggetti semplici e necessari in mano, chiavi inglesi, granate domestiche, oppure al limite modellini di aerei, figli di un grande popolo, portabandiera, per la miseria, che fine ha fatto tutto questo? I Soviet gli hanno spremuto tutto ciò che c’era di umano, trasformandoli in prefabbricati per lo zio Sam, ecco quello che penso.
Per gentile concessione di Castelvecchi Editore, pubblichiamo la postfazione del romanzo di Zhadan “Depeche Mode”, in libreria a partire da fine febbraio 2009. La firma è quella di Pavlo Zagrebelny, autorevole scrittore ucraino, scomparso recentemente a 84 anni. Traduttrice di questo pezzo, Olga Romanova. In calce, integriamo una scelta di link per approfondire.
“Allegri derelitti?”
Vittima del comunismo durante l'infanzia, del nazismo nella prima giovinezza, del comunismo, infine e una volta ancora, poco prima del suicidio (ventinovenne), Tadeusz Borowski è il paradigma del letterato martire. Un martire polacco dei regimi totalitari del Novecento.
Professore di Storia contemporanea all'Università di Napoli "Federico II", già docente di Storia sovietica alle Università di Yale e Harvard, Andrea Graziosi (Roma, 1954) ha recentemente pubblicato per i tipi del Mulino “L' Urss dal trionfo al degrado. Storia dell'Unione Sovietica (1945-1991)”, un interessante saggio che avvalendosi della vasta documentazione venuta alla luce dopo il 1991 dagli archivi dell’URSS, ricostruisce mezzo secolo di storia sovietica. Il libro di Graziosi, corredato da una ricchissima bibliografia, ha tra gli indubbi meriti quello di affrontare in ottica storica, scevra da pregiudiziali ideologiche, questioni di grande momento. È davvero singolare che un saggio di siffatta importanza sia stato pressoché ignorato dalle riviste di geopolitica italiana.
“Al Bazar il 21 mattina i morti erano raggruppati come mucchi di stracci, nella mota e nello sterco umano, lungo la palizzata che limita il piazzale verso il fiume. Ce n’erano una trentina. Il 23 mattina ne ho contati 51. Un bambino succhiava il latte dalla mammella della madre morta, dal viso color grigio. La gente diceva: questo sono i boccioli della primavera socialista. Nella Puskinskaja scendevo un pomeriggio verso il centro. Pioveva. Tre besprizornye passarono davanti a me, finsero di accapigliarsi. Uno ricevette uno spintone ed andò a finire contro una donna che portava una pentola di Borsc, raccolta dentro un fazzoletto. La pentola andò per terra e si spezzò.
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