Silvio Perrella è il curatore d'eccezione di questa scelta di quarantatre scritti saggistici di Goffredo Parise, pubblicata da Adelphi nel 2005. Criterio principe, al di là dell'ordine cronologico (1957-1986, eccetto l'ultimo articolo), è questo: “Ho tenuto al centro la letteratura, con qualche puntata verso la musica e l'arte figurativa. Mi ha guidato il saggio che conclude il volume e che gli dà il titolo. Si tratta del discorso che Parise tenne a Padova nel 1986, l'anno della sua morte, in occasione del conferimento della laurea ad honorem. È come se fosse il suo testamento culturale” (p. 227). Sì, ha quel respiro. Ma è tutto questo libro che ha quel respiro, forse inconsciamente.
L’adolescenza è con molta probabilità il soggetto cui la rappresentazione cinematografica incontra maggiormente i suoi limiti. Questo perché spesso le sceneggiature partono da futili premesse di tipo sociologico, che spostano l’attenzione sui soggetti della rappresentazione, vale a dire gli adolescenti, trattandoli di conseguenza quasi come oggetti di studio, semplice fenomeno da analizzare. Prospettiva questa che altera completamente la realtà delle cose perché tende ad oggettivizzare ciò che invece è puramente soggettivo, in questo caso la Weltanschauung propria di un adolescente.
Truffaut esordì raccontando la storia di un bambino ribelle: Antoine era un ragazzino che soffriva l'istituzione scolastica, l'autorità, l'assenza della figura paterna – sostituita da un patrigno, freddo e indifferente – e la natura scostante della figura materna. Antoine era ribelle e deliquente senza mostrare cattiveria. Era un antagonista, sic et simpliciter. Anni fa, ne scrivevo questo: “L’autorità è metamorfica, ma ha una sola poetica. Quella dell’imposizione e della repressione.
Chi pensa che Groucho Marx sia un personaggio legato solo al cinema si sbaglia. Chi crede che il cinema di Groucho Marx sia modesto, goliardico e fine a se stesso sbaglia due volte. Esiste purtroppo un luogo comune che tende a porre in secondo piano la comicità nel Cinema, relegandola ad una sorta di 'seconda scelta’ rispetto ad opere più esplicitamente interpretabili. Esiste una buona schiera di grandi nomi pronti a difendere a spada tratta l’inesausta interpretazione colta di certo tipo di cinema umoristico. Non che il comico al cinema debba essere posto tutto sullo stesso livello, evidentemente.
Truffaut apparteneva a quella élite di lettori capaci di riconoscere il genio, in un’opera narrativa, al primo impatto; e magari a dispetto della fortuna del libro, sempre naturalmente indifferente alla popolarità dell’autore. Così avvenne, ad esempio, per “Jules e Jim” del vecchio e misconosciuto Rochè.
"L’ultimo metrò” ha la singolare ambizione d’essere al contempo fedele rappresentazione della quotidianità di una compagnia di teatro parigina nei giorni dell’occupazione nazista, e canto d’un amore tra due attori: è un film dalla sceneggiatura ipertrofica e dall’evidente squilibrio nella caratterizzazione dei personaggi, sceneggiatura che tende ad esaltare ed enfatizzare la vicenda dei due protagonisti e ad accantonare, o almeno a non approfondire, quelle degli altri.
Il primo lungometraggio di François Truffaut si sviluppa a partire dal nucleo de “La fuga di Antoine”, corto d’argomento autobiografico. Il progetto è stato ampliato e adattato assieme allo sceneggiatore Marcel Moussy, nell’intento di lasciar spazio all’improvvisazione degli attori e di mantenere dunque flessibilità nell’interpretazione del canovaccio, e nell’ambizione di rendere universale un’esperienza individuale. Ne è derivato un esordio memorabile.
Kim Rossi Stuart è nato nuotando nella celluloide. Ad appena cinque anni l’esordio davanti alla macchina da presa (Fatti di gente perbene di Mauro Bolognini). Indossando il kimono d’oro e impersonando con acerba espressività il principe Romualdo nella serie Fantaghirò di Bava Lamberto, fa la spola tra cinema e molto teatro, tornando alla ribalta (mediatica) con la convincente interpretazione di Lucignolo, nel Pinocchio di Benigni e due nomination ai David di Donatello con Le chiavi di casa di Gianni Amelio (2004) e Romanzo Criminale di Michele Placido (2005). Esordio alla regia a 38 anni con questa pellicola.
FINO IN FONDO.
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