Conosciamo la narrativa dell'elegante e coraggioso scrittore sloveno e mitteleuropeo Drago Janĉar per via del notevole romanzo “Aurora boreale” [“Severni sij”, 1984], pubblicato da Bompiani nel 2008. Quel libro ha saputo dialogare con la coscienza e con l'intelligenza di tanti lettori italiani, e ha raccontato il rimosso segreto della città di Maribor, e dei suoi abitanti. E ha saputo farlo con grande poesia. Ma se fossimo stati più attenti ai cataloghi della piccola editoria, avremmo potuto apprezzare, con due anni di anticipo rispetto al resto dei nostri connazionali, la narrativa di Janĉar.
Onestamente fuori dal tempo, questo feuilletton dello scrittore e alpinista triestino Dušan Jelinčič, classe 1953, espressione della minoranza etnica slovena, è una discreta e tenera pagina di letteratura sentimentale, caratterizzata da una trama ben articolata e da una lingua quando troppo libresca, quando fiabesca, quando semplicemente improbabile.
Cantava l'eterno ragazzo di Trieste: “È nato un poeta che ama le belle creature della terra perché egli deve ridare puro il loro torbido pensiero, come acqua succhiata dal sole”; cantava così, quel ragazzo triestino, cent'anni fa, e cantava bene. Cantava la sua terra e il suo popolo, cantava la sua storia, cantava la sua essenza. Cantava come nessuno prima di lui. E io dico che Toni Bruna, proprio come Slataper, ha sentito la voce della sua terra: delle foglie, delle pietre, dell'acqua di Trieste. Ha sentito la voce della sua terra e ha scritto musica per quella voce: e così la sua musica è diventata come un richiamo.
Non è soltanto un quaderno d’appunti su Trieste e Umberto Saba: “Interni con figure” è l’ultima riscoperta, in ordine di tempo, tra gli scritti inediti di Stelio Mattioni (1921-1997), scrittore triestino tra i più importanti del dopoguerra italiano.
Seducente, incompiuto e frammentario, un nuovo inedito dello scrittore giuliano Stelio Mattioni (1921-1997), pupillo del grande scout Bobi Bazlen, finisce in questi giorni per fare capolino nelle librerie più eleganti e ricercate del Belpaese. “Interni con figure” [EUT, euro 12, 212 pp.] è, nelle parole di Chiara Mattioni, un'opera che “ha a che fare soprattutto con il senso, ovvero con il non senso, della vita e delle vicende umane”: è uno scritto intrapreso dal primissimo Stelio Mattioni, trentenne, impiegato innamorato della letteratura, e mantenuto in progress sino agli anni Novanta, assemblando man mano nuovi frammenti e nuovi appunti, andando a plasmare un insolito e ludico quaderno di narrativa.
Quinto libro di narrativa di Stelio Mattioni, “La stanza dei rifiuti” [Adelphi, 1976] è un romanzo breve che ha il passo della ballata: è una ballata del Novecento triestino, è una ballata di tre fratelli che nascono giuliani sotto bandiera austriaca, si ritrovano italiani da giovanotti, testimoniano il fascismo, e il rovesciamento del regime, e la provvisoria presenza difensiva angloamericana, e la nascita d'una frontiera innaturale, e i giorni dell'avvento della Dc; è la ballata della fortuna e della decadenza del porto di Trieste, e di tutta una serie di abitudini; è la ballata della sconfitt
Dalla bandella Einaudi, 1962: “I cinque lunghi racconti con cui si presenta al pubblico questo nuovo scrittore, quarantenne, triestino, di professione impiegato, vissuto finora lontano dalla letteratura e dagli ambienti letterari, sono un prodotto poetico quanto mai raro e curioso: perché questo humour grottesco e straziato, che si condensa in figure e situazioni sempre molto concrete e visibili, affiora sul flusso d'un rendiconto psicologico meticoloso, redatto con una sintassi e un lessico quasi da verbale”.
Quinto libro di narrativa di Renzo Rosso, apparso a sei anni di distanza dalla raccolta di racconti “Gli uomini chiari” [Einaudi, 1974] e otto anni prima del velleitario e debole “Le donne divine” [Garzanti, 1988], “Il segno del toro” [Mondadori, 1980] è un romanzo allegorico e satirico, pretenzioso, apocalittico e fumoso.
1942. Stuparich dà alle stampe una nuova edizione dei suoi “Racconti”, a dodici anni pieni di distanza dalla loro prima apparizione in libreria (Buratti, Torino, 1929), arricchita da un altro pezzo, “Notte sul porto”: e proprio “Notte sul porto” è il nome di questo volume, pubblicato da Tumminelli nella collana “Nuova Biblioteca Italiana”. L'edizione include quattro prose, oltre a quella eponima: “La vedova”, “Un anno di scuola”, “Famiglia”, “La morte di Antonio Livesay”.
Ventisette prose, tra racconti ed esercizi di stile, a firma Giani Stuparich, originariamente apparse per Garzanti nel 1942 e quindi, per la seconda e sin qua ultima volta, sempre per Garzanti ma nel dopoguerra, nel 1950. Ventisette racconti, prometteva il vecchio segnalibro Garzanti, superstite tra le mie mani nel 2011, in cui è facile scoprire “come un senso di pace, un'inimitabile armonia che par fatta di silenzi, un amore profondo – si potrebbe dire reverente, grato – alla natura, quasi una nostalgia di solitudini, di contemplazione”.
Una piccola autobiografia sentimentale, in otto movimenti, pubblicata a quarant'anni da un artista che molte vite aveva già vissuto: una raccolta di racconti ondivaga, perché irregolare e imperfetta, e nient'affatto uniforme nell'ispirazione, e negli esiti: spiazzante e veramente seducente nelle prime battute, quelle dedicate all'infanzia e all'adolescenza, e al limite alla prima giovinezza; e poi, man mano, nebbiosetta e manierista, irrisolta e incredibilmente piccolo borghese: debole, e fioca. “Donne nella vita di Stefano Premuda” è una raccolta di otto racconti dello scrittore giuliano Giani Stuparich, originariamente apparsa per Treves nel 1932, quindi per Garzanti nel 1949 e infine per Sellerio, nel 1983.
Tenuta a battesimo da Mino Maccari nelle stanze del “Mondo” di Pannunzio, “L'Italia dei poveri” è un'appassionata raccolta di racconti-inchiesta firmati dal giornalista salernitano Giovanni Russo. Si tratta di scritti composti tra 1950 e 1957, senza pensare ad una futura pubblicazione in volume: sono pagine che erano rimaste, tendenzialmente, al di fuori dell'articolo commissionato dal giornale o dalla rivista.
Qui si maneggia dinamite, perché l’involucro, una volta aperto, potrebbe esplodervi in mano. O magari l’esatto contrario: ovvero, essendo materia contorta e non facilmente esplicabile, finirebbe con l’essere ignorata. Come disse Ferdinando Giannessi tanti anni fa: Non è escluso che qualche lettore, preso dal capogiro, si fermi dopo venti o trenta pagine.
“Sisina e il Lupo” è un divertissement d'autore: è la scanzonata e buffa storia di un burbero vedovo triestino domato da una solare, impertinente e giovane domestica istriana. Il romanzo, originariamente apparso per la Spirali di Milano nel 1993, è un balocco letterario destinato a intrattenere con semplicità, dolcezza e garbo un pubblico in cerca di vicende edificanti, umanissime e gentili.
Quando mi hanno segnalato l'esistenza di questo libro, con un sms proveniente dalla città in cui sono nato, e in cui vorrei tanto poter tornare a vivere, sono rimasto abbastanza interdetto: non capivo che interesse potesse avere avuto Giampiero Mughini, intellettuale irrequieto e non sempre decifrabile, un tempo comunista ma poi collaboratore di testate allineate al forzismo, un tempo attore nei film di Nanni Moretti ma poi catodico e sciagurato opinionista di calcio, a parlare di Trieste.
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