“L'italiano non ha paura / della legge di natura / e talvolta, anzi, corregge / la natura della legge” (“Benedetti italiani”, p. 153): dimenticate l'orgoglio patriottico localissimo dei “Maledetti toscani”, dimenticate quanta ostilità e quanto sarcasmo si nascondeva in quelle righe nei confronti di tutti quei cittadini che non fossero toscani; dimenticatelo, ché Malaparte ha giocato un'altra volta al gioco del contradditorio, all'amplificazione parossistica della doppiezza, al gusto di avere stile nell'essere prima guelfo e poi ghibelllino.
Distopia animalista di Cassola, nata per via della sua angoscia per il futuro del mondo, e quindi inevitabilmente moraleggiante, “Il paradiso degli animali” è ambientato in un'era futura in cui il tempo degli uomini ha avuto termine, e gli animali non sono più divisi tra domestici e selvatici. Non è più l'uomo ad assicurare un equilibrio tra le nascite e le morti degli animali: s'è autodistrutto in una catastrofe nucleare. Ha avuto inizio un tempo nuovo. Sapranno gli animali evitare i nostri errori?
Cassola scrive come uno che è in pace con sé stesso, e in armonia col mondo. I suoi dialoghi sono come cinguettii. I personaggi s'inseguono, s'interrompono, si innamorano, si allontanano come cantando: le loro parole hanno il dono innato del ritmo naturale, quello del parlato, figlio della grande intelligenza linguistica dell'artista. Quando Cassola racconta il male riesce a tenersene ben distante, e tuttavia (“La ragazza di Bube”) lo descrive con esattezza e con un atteggiamento che sembra paradossalmente negligente – quello di chi ogni cosa registra, e niente in fondo giudica.
“Nei primi anni scrissi solo racconti brevi, che furono pubblicati in due volumetti usciti nel '42, La visita e Alla periferia. Il mio primo racconto lungo è del '46: s'intitola Baba e s'ispira alle vicende della guerra partigiana, a cui avevo preso parte in Toscana. Il mio primo romanzo è del '52: Fausto e Anna. In seguito ho alternato le due misure del romanzo e del racconto lungo, mentre non ho più ripreso a scrivere racconti brevi. Nel '59 Einaudi ha raccolto in un unico volume tutti i miei racconti lunghi. La raccolta è stata intitolata Il taglio del bosco” (Cassola si presenta nella bandella della “Visita”, 1962).
Drammatica e cannibalica allegoria della sofferenza del popolo italiano nei primi cinquant'anni del secolo scorso, “I Cariolanti” è un'opera letteraria che sprofonda nel male – e dal male lascia discendere e derivare una narrazione viscerale, rabbiosa e violenta, storia di miseria nera e di fame assoluta, di povertà e ignoranza, di straordinaria e incontrovertibile sconfitta del bene, e della speranza.
Sono stato fortunato, perché ho potuto ascoltare questo romanzo, prima di leggerlo; ho potuto ascoltare qualche frammento letto dal vivo, nel corso della rassegna “Passaggi per il bosco”, Cagliari, 2009. Così, sfogliandolo, a distanza di qualche giorno, ho avuto la sensazione che Santoni stesse leggendomi il libro. Con la sua voce, e con la sua mimica. Ghignavo. L'opera, lì per lì, ne ha guadagnato; “Gli interessi in comune” sembra scritto per essere performato, e le circa sessanta presentazioni tenute dallo scorso anno all'altroieri, 26 luglio, ne sono credibile prova.
"Teresa dice: 'Il sole se ne sta andando'. E Chicca, sussurrandomi all'orecchio: 'In francese si dice entre chien et loup, capisci? Tra il cane, che è il giorno, e la notte, che è il lupo. Quell'ora in cui non si distingue'. E immagino, dietro al sole, denti aguzzi e un ululato spaventoso” (p. 47).
E intanto un Lupi scruta la Toscana
"Gli' è un'offesa ai' popolo italiano!".
Parte subito incazzato Mario Cioni all'apertura di "Berlinguer ti voglio bene: il filmino soft-core in programmazione al cinema non soddisfa affatto le aspettative onaniste sue e dei suoi amici Bozzone, Gnorante, Buio. Effettivamente il povero Mario non se la passa troppo bene: 25 anni da sottoproletario, rapporto edipico con una mamma megera, tanto sesso bricolage, le chiacchierate con Berlinguer lo spaventapasseri del campo.
Mario e gli amici vanno a ballare in un'orrida balera e, appena Cioni pare aver conquistato una bionda grazie ad una virilizzante bottiglia di coca cola nelle mutande, ecco che giunge la beffa degli amici: la notizia della morte della madre.
LA NATURA DELL’INNATURALE. Dialogo con Lino Centi su scrittura & altri confini
“Il gregario” di Paolo Mascheri è il mio must dell’autunno 2008. A voi, l’intervista esclusiva.
Toscana. Tutta la poesia della perduta vita dei campi, quella che conosciamo per i quadri dei Macchiaioli e per i romanzi e i racconti di Federigo Tozzi, e tutto l’arcano segreto d’una educazione sentimentale ed erotica altra, sinceramente bisessuale; ripetuti omaggi al cinema d’epoca, e infine un documento lirico del passaggio dalla terra alla periferia urbana, per il proletariato e la piccola borghesia: questi gli assi portanti del buon romanzo dell’architetto e pittore Lino Centi, fiorentino dalla scrittura letteraria limpida e molto ricca, sino a rischiare l’artificiosità, innervata tuttavia da reminiscenze liriche e da una prevedibile, grande visività.
Opera prima di Amor Dekhis, scrittore algerino – italiano d’adozione, e di lingua letteraria – “I lupi della notte” è un esordio degno di nota. Dekhis racconta uno spaccato della sua terra negli anni dolorosi della guerra civile (cfr. Wikipedia), tratteggia la frammentazione del sogno della democrazia e dell’uguaglianza e la necessaria scelta d’andare esule in Italia: sullo sfondo di una trasformazione culturale dal sapore della regressione, integralismo e fanatismo a piombare una nazione in un medioevo nuovo, la scelta di un giovane libraio di inventarsi una vita e un’identità nuove, in Toscana.
Siamo nati nella seconda metà degli anni Settanta e non riusciamo ad andare oltre la linea d’ombra. L’Università non significa la fine dell’adolescenza, significa il principio della transizione. La transizione non sembra conoscere termine. E questo vale per parecchi di noi.
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