Personaggi precari, improbabili, quotidiani; sconnessi, evanescenti e atipici, irregolari e fiacchi; disintegrati, dissociati e non sempre di malavoglia – in pieno stile Vanni Santoni.
Dieci secoli di scritture su Prato: “Itinerari d'autore. Guida letteraria della terra di Prato” (Piano B, 2009), a cura di Francesca Goti e Martina Grassi, è un grande atto d'amore e di memoria. Non si tratta semplicemente d'una fascinosa, spiazzante e stimolante antologia, fondata su un lavoro di documentazione e selezione semplicemente complesso, e poggiata sulla forte personalità delle curatrici. Si tratta d'un tributo a una terra e a un popolo che in Italia ci siamo spesso limitati a considerare, pur con sincera ammirazione per l'eccezionale prestigio mondiale della sua industria tessile, “la città del lavoro, delle fabbriche, dei cenci”, per dirla con le parole della Goti e della Grassi.
“Ciss, come moglie di Mick, si sentiva impegnata a osservare certi doveri, una condotta onesta perché leale, il rispetto di un contratto liberamente accettato; come creatura, entità autonoma e spazio vitale indivisibile, pur accordandosi frequentemente con l'altro, il prescelto, riconosceva valida soltanto la sua libertà, che poi era un labirinto. A volte egli la guidava e la illuminava, e allora il meandro diventava sentiero da percorrere in due, spazio concluso e protetto, come un orto, un giardino; a volte la sua presenza fisica era ingombro, impedimento, e così essa operava una giravolta e rientrava nel suo dedalo, zeppo di segrete cose come un favo, o una favola incomunicabile.
Acciaio (Rizzoli, 360 pp., euro 18) è un romanzo di formazione popolare, non populista, e operaista: ma onestamente deideologizzato. È ambientato a Piombino, nella gioventù proletaria nostra contemporanea; esiste per raccontare in letteratura ciò che rimane della vecchia classe operaia. È tinto dell'energia, dell'immediatezza e della suprema onestà di un esordiente, classe 1984, che scrivendo non risponde agli ordini di un partito, o di un movimento; è stato scritto perché Silvia Avallone aveva vissuto nella cittadina toscana abbastanza per interiorizzare e decifrare comportamenti, estetica e visione del mondo del suo popolo.
Toscana, 1878. Predicava giustizia sociale e fratellanza: fu “socialista senza saperlo”, sognando una società basata sui “principii socialisti del Vangelo”; “riuscì tuttavia, sia pure per breve tempo, a realizzare ciò che altri profeti, santi o squilibrati, avevano cercato di realizzare nei secoli passati: una comunità cristiana primitiva che contestava e rifiutava il presente e che si isolava dal resto del mondo costituendo una società autosufficiente, cementata dalla fede comune, che basava la propria sopravvivenza sul lavoro collettivo, la reciprocità e il baratto” (p. 101).
“L'italiano non ha paura / della legge di natura / e talvolta, anzi, corregge / la natura della legge” (“Benedetti italiani”, p. 153): dimenticate l'orgoglio patriottico localissimo dei “Maledetti toscani”, dimenticate quanta ostilità e quanto sarcasmo si nascondeva in quelle righe nei confronti di tutti quei cittadini che non fossero toscani; dimenticatelo, ché Malaparte ha giocato un'altra volta al gioco del contradditorio, all'amplificazione parossistica della doppiezza, al gusto di avere stile nell'essere prima guelfo e poi ghibelllino.
Distopia animalista di Cassola, nata per via della sua angoscia per il futuro del mondo, e quindi inevitabilmente moraleggiante, “Il paradiso degli animali” è ambientato in un'era futura in cui il tempo degli uomini ha avuto termine, e gli animali non sono più divisi tra domestici e selvatici. Non è più l'uomo ad assicurare un equilibrio tra le nascite e le morti degli animali: s'è autodistrutto in una catastrofe nucleare. Ha avuto inizio un tempo nuovo. Sapranno gli animali evitare i nostri errori?
Cassola scrive come uno che è in pace con sé stesso, e in armonia col mondo. I suoi dialoghi sono come cinguettii. I personaggi s'inseguono, s'interrompono, si innamorano, si allontanano come cantando: le loro parole hanno il dono innato del ritmo naturale, quello del parlato, figlio della grande intelligenza linguistica dell'artista. Quando Cassola racconta il male riesce a tenersene ben distante, e tuttavia (“La ragazza di Bube”) lo descrive con esattezza e con un atteggiamento che sembra paradossalmente negligente – quello di chi ogni cosa registra, e niente in fondo giudica.
“Nei primi anni scrissi solo racconti brevi, che furono pubblicati in due volumetti usciti nel '42, La visita e Alla periferia. Il mio primo racconto lungo è del '46: s'intitola Baba e s'ispira alle vicende della guerra partigiana, a cui avevo preso parte in Toscana. Il mio primo romanzo è del '52: Fausto e Anna. In seguito ho alternato le due misure del romanzo e del racconto lungo, mentre non ho più ripreso a scrivere racconti brevi. Nel '59 Einaudi ha raccolto in un unico volume tutti i miei racconti lunghi. La raccolta è stata intitolata Il taglio del bosco” (Cassola si presenta nella bandella della “Visita”, 1962).
Drammatica e cannibalica allegoria della sofferenza del popolo italiano nei primi cinquant'anni del secolo scorso, “I Cariolanti” è un'opera letteraria che sprofonda nel male – e dal male lascia discendere e derivare una narrazione viscerale, rabbiosa e violenta, storia di miseria nera e di fame assoluta, di povertà e ignoranza, di straordinaria e incontrovertibile sconfitta del bene, e della speranza.
Sono stato fortunato, perché ho potuto ascoltare questo romanzo, prima di leggerlo; ho potuto ascoltare qualche frammento letto dal vivo, nel corso della rassegna “Passaggi per il bosco”, Cagliari, 2009. Così, sfogliandolo, a distanza di qualche giorno, ho avuto la sensazione che Santoni stesse leggendomi il libro. Con la sua voce, e con la sua mimica. Ghignavo. L'opera, lì per lì, ne ha guadagnato; “Gli interessi in comune” sembra scritto per essere performato, e le circa sessanta presentazioni tenute dallo scorso anno all'altroieri, 26 luglio, ne sono credibile prova.
"Teresa dice: 'Il sole se ne sta andando'. E Chicca, sussurrandomi all'orecchio: 'In francese si dice entre chien et loup, capisci? Tra il cane, che è il giorno, e la notte, che è il lupo. Quell'ora in cui non si distingue'. E immagino, dietro al sole, denti aguzzi e un ululato spaventoso” (p. 47).
E intanto un Lupi scruta la Toscana
"Gli' è un'offesa ai' popolo italiano!".
Parte subito incazzato Mario Cioni all'apertura di "Berlinguer ti voglio bene: il filmino soft-core in programmazione al cinema non soddisfa affatto le aspettative onaniste sue e dei suoi amici Bozzone, Gnorante, Buio. Effettivamente il povero Mario non se la passa troppo bene: 25 anni da sottoproletario, rapporto edipico con una mamma megera, tanto sesso bricolage, le chiacchierate con Berlinguer lo spaventapasseri del campo.
Mario e gli amici vanno a ballare in un'orrida balera e, appena Cioni pare aver conquistato una bionda grazie ad una virilizzante bottiglia di coca cola nelle mutande, ecco che giunge la beffa degli amici: la notizia della morte della madre.
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