“Ascolta: io Davide, messia, re d'Israele, la notte scorsa ho fatto un sogno. Ho sognato che volavo sopra i monti della Giudea, luminosa trasparenza. Non che mi fossi trasformato in angelo o in aquila: restavo l'uomo che sono. Ma un vigore incomparabile mi circolava di nuovo nelle membra, sicché con l'agitare le braccia mi tenevo sospeso sulle gialle solitudini. Le rotondità del paesaggio, col bizzarro fatto di concepirle soffici quando nessuno più di me ne conosce la durezza, m'introducevano nel corpo una frenesia di piacere. Potente di rifiorita potenza, sentivo crescermi tra le cosce la capacità, e l'indicibile godimento, di fecondare la terra” (Incipit di “Davide”).
La copertina in perfetto stile Guanda, strilla che siamo di fronte ad un libro da non sottovalutare e snocciola grandi nomi spendendosi in prodighi parallelismi che iscrivono Auslander nell’ambito di quell’illuminata schiera di ebrei illustri, da Roth a Groucho Marx, passando per Woody Allen non senza trascurare Richler e la recente scoperta del Jacobson di Kalooki Nights, ch
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