Per Quentin Tarantino sarebbe stato difficilissimo, per non dire impossibile, ripetersi ai livelli dei capolavori degli anni precedenti: infatti, con "Le Iene – Reservoir dogs" (1992) prima, ma soprattutto con "Pulp Fiction" (1994), due anni dopo, aveva completamente rivoluzionato il modo di intendere e fare cinema, affermandosi come uno dei più promettenti registi degli anni Novanta.
Parlare del lavoro di Tarantino è praticamente impossibile. Parlarne male equivale ad un suicidio in fatto di popolarità: scattano subito apologie – cultura cinematografica infinita! Visivamente superbo! Sceneggiatore immenso! – e luoghi comuni pesanti come macigni – Pulp Fiction… bla bla bla… film cult… bla bla bla… e così via. Un fatto è senza dubbio che il cineasta statunitense abbia sempre pescato a piene mani dal cinema di genere, seguendo comunque una verve e soprattutto un’estetica del tutto personali. Denigrarne un film equivale a passare per cinefilo snob. Al contrario, baciandone ogni passo sul suolo farebbe correre il rischio di passare per un fan fanatico della prima ora.
Scritto a quattro mani con As Chianese, “Filmare la morte. Il cinema horror e thriller di Lucio Fulci” viene pubblicato a dieci anni esatti dalla morte del regista, nel 2006. È un libro scritto da cinefagi per i loro simili; siamo oltre la cinefilia, qui si tratta di ammirazione totale per un semidimenticato maestro horror e thriller, già sceneggiatore dei film di Totò diretti da Steno, inventore di Franco e Ciccio, alfiere del successo dei primi musicarelli di Celentano: un “cineasta completo”, più ispirato – suggeriscono Lupi e Chianese – quando può rivelarsi artaudiano: estremo, crudo, feroce. E feroce era anche nelle satire antidemocristiane: cfr. “All’onorevole non piacciono le donne”, p. 68.
Dopo il metalinguaggio narrativo di Pulp Fiction, improntato sulla connivenza tra dialoghi quotidiani e spunti biblici, sperimentazione di un nuovo testo, caotico e lineare al contempo, ricco di trame e sfaccettature che si intessono in un’unica trama generale, il dinamitardo Tarantino si butta ancora a capofitto nella pratica che preferisce, la scrittura, ma stavolta senza trama e senza dramma, una revenge tragedy che fa riferimento ad una cultura giapponese, italiana e americana. Una storia che, tanto per capirci, ha poco a che fare con Amleto, la revenge tragedy per eccellenza in virtù delle sue meccaniche drammaturgiche e psicologiche. Ma grazie anche alle postume sovradeterminazioni.
KILL THE BRIDE
Fastoso esercizio di stile o sfavillante sottoprodotto culturale che sia, il Quarto Film di Tarantino (così annunciato nei titoli) è confezionato con una apprezzabile coerenza kitsch e una miracolosa ostentazione splatter.

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