"Avevano spento anche la luna" è il romanzo d'esordio di Ruta Sepetys. La scrittrice è nata negli Stati Uniti ma ha origini lituane. Come capita a molti autori, di recente, anche la Sepetys deve aver deciso, un bel giorno, di mettersi a scavare nel passato della sua famiglia, probabilmente alla ricerca di quelle radici che, prima o poi, chiunque vuole recuperare e comprendere.
Sappiamo veramente poco della Russia contemporanea: quel poco che sappiamo spesso ci scandalizza, e a ragione. Il reportage della giornalista austriaca Susanne Scholl, “Russia senz'anima?”, può servire per orientarci a dovere e per sensibilizzarci, per quanto possibile, alle condizioni di vita dei cittadini, moscoviti in particolare, e al mood di un popolo dominato e governato da un regime ingombrante e prepotente. Le sofferenze del popolo russo e dei popoli feriti da quasi un secolo di sovietizzazione non sono affatto terminate, al limite si sono attenuate e diluite.
Sino a oggi, mancava un contributo fondamentale per orientarsi a dovere nel dibattito storiografico sul confine orientale, nella drammatica contingenza della Seconda Guerra Mondiale e della questione di Trieste: quello relativo alle relazioni tra partito comunista jugoslavo e partito comunista italiano. Entrambi subordinati all'Urss, i partiti comunisti IT e YU si trovarono tuttavia a dover fronteggiare la dolorosa questione di Trieste, delle cittadine dell'Istria costiera, di Fiume e di Zara, città storicamente popolate da una maggioranza assoluta di cittadini di lingua e cultura veneta (traduciamo: italiana), mai messa in discussione da niente e da nessuno. Ma la Jugoslavia di Tito le reclamava a sé, mentre l'Italia non aveva intenzione di perderle.
Mosca, 1948. La genetica è dichiarata fuori legge. Stalin decreta che l’insieme di questo fondamentale settore della biologia contemporanea è una scienza borghese, reazionaria e fascista. Insegnanti e ricercatori sono allontanati dal proprio lavoro, perseguitati, imprigionati e a volte assassinati. All’origine dello scisma, dalle conseguenze catastrofiche per la scienza e l’agricoltura sovietiche, un uomo: Trophim Lyssenko, fondatore del mitchourinismo, la «biologia proletaria», una «scienza di classe» (dalla quarta di copertina)
“Chi oggi ha meno di quarant'anni non può immaginare il fracasso, il frastuono, e anche la comicità di quella caccia alla fattucchiera. La Morante fu accusata di speculare sulla sofferenza, di vendere disperazione, di propagare pessimismo, di avere messo in commercio un romanzo 'criticabile dal punto di vista marxista-proletario' […] Finalmente ci fu qualcuno che si decise a parlare di 'romanzo popolare'” (Garboli, Introduzione alla Storia, p. IX. 1995). Già: augusti critici del “Manifesto” (insospettabili, eh?), nel 1975, scrivevano che questo era un romanzo “mediocre” e “borghese”, “da criticare da un punto di vista marxista e proletario”: perché?
Dedicato alla memoria di Ryszard Kapuscinski, probabilmente assieme a Tiziano Terzani il più grande reporter del ‘900, La terra del vello d’oro del polacco Wojciech Gorecki è un bellissimo reportage su un piccolo paese, la Georgia, che in tempi recenti è salito alla ribalta internazionale prima grazie alla pacifica rivoluzione delle rose del 2003 guidata dal carismatico Michail Saakashvili, poi, nell’agosto 2008, per la guerra dei cinque giorni con la Russia.
“Il lungo esodo” (Rizzoli, 2005) è un saggio equilibrato, ben documentato e illuminante: argomento principe, esodo e ragioni dell'esodo dei giuliano-dalmati, tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e il 1954. Pupo riesce nella complessa impresa di offrire uno spaccato delle ragioni di tutti: dei vincitori della guerra, ossia i popoli slavi all'epoca confederati nella Jugoslavia, e degli sconfitti, ossia il popolo italiano che viveva in territori e città fondate dai loro antenati, nell'Istria Costiera, a Fiume e a Zara, e s'è ritrovato costretto a fuggire dall'occupazione militare comunista slava, dopo aver subito terrificanti violenze, cercando una difficile ospitalità in tante città italiane e poi all'estero (Australia in primis).
“Nel 1945 io e Kardelj fummo mandati da Tito in Istria a organizzare la propaganda antitaliana. Si trattava di dimostrare alle autorità alleate che quelle terre erano jugoslave e non italiane. Certo che non era vero. Ma bisognava indurre tutti gli italiani ad andar via con pressioni di ogni tipo. E così fu fatto” (Milovan Gilas)
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“Dimentica solo chi vuole dimenticare. Io non ho dimenticato nulla. E non voglio farlo”. Anzi Lev Razgon “sente il bisogno di raccontare almeno una parte del dramma che ha vissuto con la sua generazione” e sceglie di scrivere, di trasformare la propria “vita offesa” in un lungo romanzo. Le pagine, quindi, raccolgono i ricordi, ma non si tratta di mera esposizione dei fatti: ogni episodio, ogni stadio della sua terribile esperienza è sviscerato e commentato nella ricerca tenace di risposte impossibili.
Il convegno internazionale Vita e Destino, Vasilij Grossman tra ideologie e domande eterne, tenutosi a Torino dal 19 al 21 febbraio di quest’anno e la pubblicazione per i tipi di Marietti 1820 de Le ossa di Berdi?ev. La vita e il destino di Vasilij Grossman – saggio storico sulla vita e sull’opera del grande scrittore russo – attestano l’interesse anche nel nostro paese per uno dei più grandi e meno conosciuti romanzieri del ‘900.
La falce c’era pure sulla copertina di A Broken Frame, secondo disco dei Depeche Mode, il primo senza il dimissionario Vince Clarke. Vinse anche un premio quella cover ideata da Brian Griffin, visual artist tra l’altro degli Echo and the Bunnymen. L’immagine, che apparirà nel 1989 sulla prestigiosa copertina della rivista Life, in un articolo sulle migliori foto degli anni Ottanta, ritraeva una donna di spalle, con la falce, in un campo di grano rivolta verso un cielo scuro e minaccioso.
Il novantesimo anniversario della rivoluzione d’ottobre poteva essere in Italia l’occasione per una riflessione critica su uno degli eventi più importanti della storia del ‘900. A distanza di un anno e mezzo dalla ricorrenza e alla luce del dibattito di questi ultimi giorni all’interno della sinistra radicale, così non è stato. Vendola lascia Rifondazione, in dissenso con la linea dello stalinista Ferrero, ex ministro del fallimentare governo Prodi, criticando una sinistra che guarda ancora al passato, dà vita all’ennesima formazione all’interno della galassia politica della gauche italiana e sceglie come emblema una stella rossa in segno di continuità con l’esperienza del socialismo reale dell’ex cortina di ferro.
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