Sono passati quasi 17 anni dall’uscita di questo disco. Era il maggio 1994 (il disco lo ascoltai compiutamente nella seconda metà dell’anno a ripresa delle scuole), l’anno dopo la morte di Kurt Cobain. 17 anni sono tanti, quasi la metà della mia vita e in questo disco c’è buona parte della mia esistenza, delle persone che mi hanno permesso di scrivere i miei due romanzi, di superare momenti complicati, di sorridere, di vivere nuove esperienze e ancora oggi, quando lo ascolto, mi si riempiono gli occhi di lacrime tanto sono luminosi i ricordi che mi prendono e si materializzano davanti ai miei occhi.
Un misconosciuto poeta americano pubblica un librotto di narrativa in seicento copie. È un giovanotto di neanche trent'anni, si chiama Shane Jones. Scrive come un poeta che per la prima volta ha deciso di liberarsi dai versi. È un poeta ragazzo, allegorico e allucinato, e pieno di sentimento. Quel librotto ha qualcosa di incantato. Si guadagna uno stuolo di aficionado. Penguin se ne accorge. Spike Jonze se ne accorge. Se ne accorge prima di Tim Burton. Tim Burton, dico io, si mangia le mani. Le seicento copie originarie, tra una manciata di anni, avranno un valore ben diverso.
Non sono molti i film che parlano dell'adolescenza senza cadere nei buchi neri dei luoghi comuni. Ci prova Spike Jonze, redivivo dopo un'assenza dai grandi schermi lunga ben sette anni. L'eclettico (ormai) quarantenne ci aveva abituato alla sua attività cinematografica rarefatta, ma adesso, con la trasposizione di uno dei raccconti per bambini più amati degli ultimi anni, di curiosità ce n'era parecchia. "Il paese delle creature selvagge" è tratto da "Where the wild things are", libro illustrato di Maurice Sendak, piccolo gioiello adorato dai piccoli - e grandi!
Tre anni dopo aver ideato “Being John Malkovich”, il duo Jonze – Kaufman, l’uno regista proveniente dal mondo dei videoclip musicali (Bjork, Daft Punk, R.E.M.), noto altrove come autore dell’imbarazzante “Jackass”, l’altro sceneggiatore proveniente da lunga militanza nella televisione statunitense, danno vita a una nuova pellicola: che, certamente meno originale rispetto alla precedente, presenta pure qualche elemento notevole e degno d’essere rimarcato.
Grottesco e paradossale, “Essere John Malkovich” è l’atipico e stupendo esordio di Spike Jonze: perturbante riflessione sull’identità, sull’empatia e sulla simulazione della realtà, è un film che diverte, inquieta e meraviglia. La sceneggiatura di Charlie Kaufman brilla per sarcasmo e fantasia: i dialoghi sanno precipitare nel sarcasmo e nel puro nonsense, per poi solcare profondità inconsuete nella produzione cinematografica occidentale contemporanea.
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