La prima scintilla della ribellione giusta a una società ipocrita, conservatrice e bacchettona apparve in un contesto conforme e classista. Quarantacinque anni fa, tra febbraio e marzo 1966, il Sessantotto vagiva a Milano, nel Liceo Parini. Il liceo più severo e borghese d'Italia, tolti pochi figli del popolo che venivano da Brera. Il liceo della tradizione: quello in cui i figli si sedevano nei banchi in cui s'erano seduti i padri. Il liceo dell'imprint orgoglioso: “pariniano” una volta, “pariniano” per tutta la vita.
Niente a che vedere col conservatorismo. Niente a che vedere con la censura. Niente a che vedere col bigottismo. Niente a che vedere con la xenofobia, niente a che vedere col razzismo. Niente a che vedere col nazionalismo. Niente a che vedere col fanatismo. Niente a che vedere col militarismo, niente a che vedere col nostalgismo. Niente a che vedere con l'islamofobia. Niente a che vedere con gli schemi. Coi dogmi. Niente di plastico: personalmente non ci vedo niente di forzista, e grazie a dio nessuna macchia di unto ferrariano. Piuttosto: la destra in cui crede Lanna ha a che fare con il sostegno e la difesa dei diritti civili: con l'ecologia, con la tutela dell'ambiente. È una destra solare e riformista.
Cesare de Seta guarda alla Storia in retrospettiva, sceglie il terreno infido di una stagione la cui eco ancora stenta a spegnersi, ma ripercorre i clamori della primavera 1968 da un'angolazione intimista, servendosi di uno scrivere dallo stile lirico, a tratti di un'ironia irriverente, che dà luogo ad un romanzo psicologico in terza persona, capace di restituire l'illusione di un'età bugiarda in tutte le sue infinite sfumature.
“Un papavero rosso all'occhiello senza coglierne il fiore” è scrittura che s'impasta alla vita per raccontarne frammenti indimenticati e indimenticabili. È il sunto di un'esperienza che tocca i poli opposti di gioventù e maturità senza snaturarsi con la prudenza comoda di chi arriva a dire di sé, trattenuto dalla briglia del senno di poi. È un libretto sottile che racchiude “la scarsa cinquantina di mezze pagine scritte il martedì sulla buccia del Manifesto” da Erri De Luca e la arricchisce con l'accompagnamento fotografico di Danilo De Marco.
Storia di x, trentotto anni, alias Nicolò Maineri, trentaquattro anni. Nelle prime battute sta in aereo, a fianco del suo amico giudice. Il giudice è uno che ha bisogno di un'iniezione di morfina ogni otto ore. Nicolò sente mancanza di sua figlia, Ginevra, cresciuta e allevata dalla mamma. Manca poco a Caracas. A Caracas c'è un altro che ha cambiato nome, adesso è Ricardo. Prima era un brigatista rosso, e prima ancora un antico compagno – in tutti i sensi – di Nicolò. Adesso è uno da giustiziare. Come tutto il passato di quella generazione, che si sente fallita e si vuole autodistruggere. Ma non ne ha il coraggio, a ben guardare.
Il paese delle meraviglie. Come è da bambini. Ma poi. Si cresce, è un obbligo, tutti i panorami, le scene cambiano prospettiva, colore, tonalità, tutto quello che insomma si chiama semplicemente significato. E il paese delle meraviglie, passata l'età della falsa ed ingannevole cuccagna diventa l'Italia attuale, una sorta di repubblica delle banane, che nel tempo, a livello di organi costituzionali, sembra un Pinocchio manovrato da eterni e irraggiungibili Gatto e Volpe.
Non è soltanto il romanzo sentimentale per eccellenza di Renzo Paris, biografia raccontata attraverso le sue donne, la sua nevrastenia, la sua sensibilità: “La vita personale” è un impressionante libro di memorie di una generazione di letterati romani – o romani d'adozione: come sempre. Paris è la voce e la memoria storica, in questo libro, della Scuola Romana: dell'ultima Scuola Romana.
"Legalizzerei tutto. Per diverse ragioni. Vorrei che continuasse il commercio della marijuana, che venisse comprata e venduta, per quello che è: un'erba benefica senza nessuna proprietà dannosa. Le sostanze che creano assuefazione, tossiche o nocive, dovrebbero essere comunque disponibili ma accompagnate da informazioni esaustive e precise sui loro specifici effetti. Se questo è quello che la gente vuole fare della propria vita, vivere da malati o prendere le distanze dalla vita stessa, va bene, purché siano totalmente coscienti di ciò che fanno ficcandosi dentro. La società può permettersi di assistere quei pochi che, tristemente, pensano che non esista altra alternativa” (Marks, “Mr Nice”, p. 391). Così predicava Mr Nice.
"Ci sono molte cose nella mia vita che non avrei mai pensato di fare e che invece, alla fine, ho fatto. Ci sono stato quasi sempre, costretto. Sono nato giornalista -un mestiere che ho amato molto- e pensavo che sarei morto giornalista. Anche perchè gli inizi erano stati molto brillanti e, negli anni 70 ero considerato uno dei giovani talenti del giornalismo italiano. Ma a poco a poco una emarginazione silenziosa, sottile,felpata, mi ha costretto nell'angolo della professione. Il mio torto, inescusabile in una società come la nostra, era quello di rifiutare, ostinatamente, cocciutamente, infeudamenti a partiti, fazioni, correnti, lobbies e di non accettare sottomissioni umilianti".
Cinema belga? Si, cinema belga. Non di grande richiamo, comunque, tanto che gli estranei alle sale non immaginano nemmeno l’esistenza dell’industria di celluloide in terra di fiamminghi e valloni. A dire il vero, non è che questa industria sia stata cosi fiorente nel secolo abbondante della settima arte, più che altro aprendosi alle coproduzioni – anche con noti cineasti (Ken Loach, Un bacio appassionato; von Trier, Le cinque variazioni; Troisi-Radford, Il postino, solo per fare alcuni esempi).
Nell’ arco di vent’anni, tra il 1964 e 1985, Fernando Di Leo, ottimo artigiano del cinema nostrano, si è mosso abilmente tra i generi, restando nell’immaginario degli spettatori per pellicole come Milano calibro 9 e La mala ordina, due polizieschi violenti che lo imposero alla ribalta del cinema italiano.
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