Quasi tre anni fa, nel gennaio del 2009, uscì nelle sale italiane un film svedese che aveva ottenuto numerosi premi in diverse rassegne cinematografiche e che aveva fatto gridare al piccolo capolavoro, considerando il genere.
Il circo dei vampiri (in originale “The traveling vampire show”) è un romanzo di formazione, e se horror, lo è nel grado in cui questo fa parte del percorso di crescita dei ragazzini protagonisti della vicenda. In effetti, è un romanzo che diventa horror, in un crescendo continuo. Un libro, almeno per me, divertente, di quelli che vorresti poter leggere a velocità doppia, o tripla, tanto l'autore riesce a catturarti, tanto vorresti sapere già come va a finire (anche se lo sai già, in effetti, come finirà, ma vuoi proprio saperlo facendo tutto il percorso, ecco), eppure, sotto questa velocità, l'autore dissemina piccoli indizi sui vari personaggi della storia, a volte lasciandoli sospesi, facendoti dubitare, e nel dubbio ecco l'inquietudine.
La Yellow Medicine è una contea situata nella parte meridionale dello stato del Minnesota, uno di quei luoghi che non dice niente alla stragrande maggioranza della gente. Qualcuno che avrà seguito le vicende de “La casa della prateria” si ricorderà forse che la famiglia Ingalls viveva proprio nel Minnesota, per la precisione nel villaggio di Walnut Grove, per qualche amante della storia dei conflitti indiani, leggere Minnesota potrà ricordare la ribellione scoppiata nel 1962 dei Sioux Santee conclusasi con 38 impiccagioni di indiani, per gli amanti degli sport americani, qualcosa di football e basket, per il resto credo che sarà il vuoto più completo.
Questo romanzo esprime, nella massima forza, la tradizione letteraria giapponese: qui trionfa lo splendore arcano nel mondo, ricco di simboli e di miti violenti. Protagonisti sono meravigliosi giovani appartenenti a una classe sociale subumana, per il mondo giapponese contemporaneo. I giovani del clan dei Nakamoto vivono e consumano la loro vita, segnata da una predizione riposta nel sangue nel tragico e furioso congiungersi di eros e morte; ed è merito della loro condizione, è il privilegio della loro condizione sociale, un privilegio epico, a consentire loro di vivere un'autenticità spaventosa ma ben più profonda e reale di quella di qualunque altro uomo o donna.
L'ultimo Parise, apparso undici anni dopo la morte dell'artista, nel 1997, è un romanziere esistenzialista ossessionato dal sesso: sembra più un Moravia, lascivo e crudo, che l'artista padre del “Ragazzo morto e le comete”. Del Parise delle origini è rimasta la lugubre fascinazione per la morte; spogliata, tuttavia, da ogni fantasia di vita altra, di vita-in-morte: niente affatto venata di surrealtà, niente affatto onirica. Scrive un narratore maturo che sente vicina la fine del suo mondo, dopo i problemi cardiaci, e scrive un uomo che ha dimenticato cosa significasse amare, appartenere, vivere simbiotici.
Di nuovo (visti gli ultimi tre pezzi che ho scritto qui) mi trovo a scrivere che l'autrice di questo libro, di questa raccolta di poesie, è una persona che conosco. La cosa che a me sembra curiosa è che siamo, diciamo, compaesani, nel senso che entrambi siamo di Pistoia (anche se io vivo a qualche chilometro dalla città, in effetti), ma ci siamo conosciuti tramite internet. Lei pubblica cose sue e di altri su Nazione Indiana, io ogni tanto commentavo i suoi pezzi. Così ci siamo conosciuti. Ci siamo poi incontrati in occasione, purtroppo, di una lettura in memoria di David Foster Wallace, lo scrittore americano che un anno e poco più fa si tolse la vita. Lo amiamo tutti e due, credo di poterlo dire con quasi sicurezza. Francesca è una poetessa.

Il mestiere del traduttore editoriale: a metà tra consulente, talent scout e (ri)scrittore. Incontriamo un giovane e già apprezzato professionista, il romano Giuseppe Marano, classe 1975, per scoprire metodi, strategie, soddisfazioni e sacrifici richiesti dalla professione.
Io mi aspettavo qualcosa da questo film dal titolo così bello. Non dico chissà che cosa. Qualcosa. Trattasi dell'opera prima di Libero De Rienzo, giovane attore partenopeo ormai entrato nel cuore del giovanissimo pubblico italiano. De Rienzo negli ultimi anni ha lavorato con registi quali Marco Ponti (Santa Maradona, A/R) e Luca Guadagnino (Melissa P., Mundo civilizado). Forse, considerate le credenziali, penso, c'era anche da aspettarsel
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