"Un artista è sempre insoddisfatto. Perché ricerca la perfezione. Ed è solo alla fine della sua vita che potrà rendersi conto del reale valore di ciò che ha realizzato” (pag.64).
Bastian Vivès è uno dei talenti del fumetto internazionale, una sorta di enfant prodige visto il livello e gli apprezzamenti conquistati fin dalla giovane età, è del 1984, e con ormai alle spalle una carriera ormai più che consolidata.
Apre le danze un panorama da guerriglia urbana. Manganelli, sciarpe tirate fin sotto al naso, fumogeni, sirene, volanti. Striscioni, auto capovolte. Una massa di giovani indignati, come usa dirsi in questi ultimi tempi. È nelle strade che si riversa la rabbia scomposta, nelle strade si cerca “il sistema”, nemico onnipresente, dai mille volti. San'kja è fra la folla, ragazzotto di provincia, riflessi pronti e coraggio.
La guerra nuda. Senza fronzoli, retoriche, riflessioni. La guerra “al naturale”, cruda; la guerra vista dal soldato. Nessun filtro ideologico (se non passivo, introiettato), nessun filtro retorico. Solo un filtro emotivo, costante, appartenente alla guerra come l'ombra alla luce: la paura. Si nasconde dietro ogni a-capo, percorre di un tremore ogni parola, ogni sintagma. Umanissima, prevedibile, nota, figlia degenere della voglia di vivere e amica fidata, canina, che non abbandona mai il soldato in battaglia. La frontiera in questione è quella cecena. Grozny, capitale della Cecenia, repubblica autonoma della federazione Russa. Grozny in russo dice “terribile, minacciosa”.
Sappiamo veramente poco della Russia contemporanea: quel poco che sappiamo spesso ci scandalizza, e a ragione. Il reportage della giornalista austriaca Susanne Scholl, “Russia senz'anima?”, può servire per orientarci a dovere e per sensibilizzarci, per quanto possibile, alle condizioni di vita dei cittadini, moscoviti in particolare, e al mood di un popolo dominato e governato da un regime ingombrante e prepotente. Le sofferenze del popolo russo e dei popoli feriti da quasi un secolo di sovietizzazione non sono affatto terminate, al limite si sono attenuate e diluite.
Quando, due anni e mezzo fa, morì il vecchio Mario Rigoni Stern, il suo amico e sodale Ferdinando Camon commentò, su “Repubblica”: “Era uno scrittore grandissimo. Aveva la grandezza che hanno i solitari. Quando sono stato presidente del Pen Club italiano è stato il primo italiano che ho candidato al Nobel: era uno scrittore classico, dalla visione lucida e dalla scrittura semplice ma potente; aveva carisma anche come uomo. Aveva un carattere buono e mite. Se ne fregava dei convegni e delle società letterarie”.
"La Conga con Fidel", di Nazım Hikmet, scrittore socialista (Robin Edizioni, pagg. 100 circa, euro 10 esatti). Ci si aspetterebbe di sentir suonare il trombone e la grancassa, gli scintillii lucenti delle esaltazioni epiche, gli strilli rivoluzionari. Ma Hikmet non possedeva la penna adatta a suonare la tromba o la marcia.
«La letteratura in ciascuno dei suoi generi comincia con la fiaba e con la fiaba finisce. Pure, la fiaba si avvicina soprattutto alla poesia. Per via di ritmo, ripetizioni, stringatezza, immaginazione, nostalgia, dramma, tragedia e trattazione penetrante delle cose dell'uomo, creazione di oggetti, persone, animali nuovi, unici in natura e nella società, recanti in sé la nostre speranze, paure e gioie profonde e ampie...».
«Se il mondo in cui siamo vissuti era centrato sulla repressione politica, quello di oggi si basa sulla repressione economica. Sono due facce della stessa medaglia. Entrambe ci controllano e ci riducono in sudditanza; cercano di trasformarci in schiavi e macchine che reagiscono a ordini prestabiliti. Entrambe ci lavano il cervello in maniera altrettanto perfida e ci alienano con altrettanta efficacia […]. I nostri compromessi di oggi sono identici a quelli che facevamo in passato».
Ambiguo è il destino editoriale italiano di Nazım Hikmet Ran. Mentre numerosi blog traboccanti di sentimento sovrappongono i suoi versi più famosi a paesaggi marini, a prati in fiore e a roselline, le pubblicazioni serie che lo riguardano sono ferme, in qualche modo, agli anni Settanta e al lavoro di Joyce Lussu. Il capolavoro del poeta “Paesaggi umani”, dopo essere stato stampato parzialmente dalla Farheneit 451 nel lontano 1992, aspetta ancora di essere pubblicato completamente.
Seconda guerra mondiale. Germania nazista e URSS schierate sul campo. I loro movimenti raccontati dalle voci gracchianti delle radio. Un latitante politico, comunista nella giovane Repubblica Turca, autoritaria e filotedesca. Una baracca in cui nascondersi. Poi un giorno una passeggiata all'aria aperta, il morso di un cane al polpaccio. Un cane rabbioso, forse. L'incubazione della rabbia dura quarantun giorni, prima che sopraggiunga la paralisi. Quarantun giorni d'attesa nella baracca. Ogni giorno una linea bianca sul legno della porta. Ogni linea un capitolo del libro. Nascosto come un topo, nella paranoica attesa degli effetti della malattia, nella consapevolezza che gran bella cosa è vivere.
Tra i pochi romanzi che Nina Berberova chiese esplicitamente venissero pubblicati dopo la sua morte, c’è questo, scritto tra 1948 e 1950, pubblicato da Actes Sud nel 2002 e finalmente in Italia da Guanda nel 2009, che ne ha condotto la traduzione sulla prima edizione francese, come da indicazioni dello stesso editore originale.
«“Cosa ti ho detto questa notte?” - diceva Brogli. “La situazione è tremenda, siamo d'accordo” - rispondeva Serri. “Ma non bisogna disperare finché siamo vivi”. La temperatura divenne meno rigida, cominciò a nevicare sui cappotti degli alpini, sulle groppe dei muli e sulle coperte dei feriti. La sosta era angosciosa, la fame mordeva tutti, i muli addentavano gli spinosi arbusti del bosco, gli uomini silenziosi guardavano con invidia le bestie pensando all'ultima distribuzione di cibo avuto a Sslawianka. “Quando ci hanno dato l'ultima galletta e scatoletta?” - chiedeva il conducente Pilon, morto di fame. “Il diciassette gennaio” - diceva il sergente Fraita. “E oggi quanti ne abbiamo, Clerici?” “Ventuno”.
Il XX secolo é spesso stato chiamato “il secolo dei genocidi”: lo hanno tristemente caratterizzato il genocidio degli armeni, seguito dalla tragedia del Holodomor, dall'olocausto, dai Gulag, dal massacro di Katyn, senza dimenticare le diverse stragi avvenute in Cambogia e più di recente, nella Ex-Yugoslavia e in Rwanda.
Questo crimine non è una novità del novecento; era una pratica già diffusa molto tempo prima, ad esempio durante la colonizzazione dell'America, dove il 90% dei 80 milioni di indigeni furono sterminati senza dimenticare il dramma del colonialismo (Africa, Indonesia,...).
Genocidio: una definizione tardiva:
La rinascita delle ambizioni imperiali della Federazione Russa, palesatesi dopo le vicende georgiane dell’estate 2008, sarebbe alla base di un nuovo scontro tra Occidente e Russia che, in un saggio dal titolo volutamente provocatorio, Edward Lucas definisce “La Nuova Guerra Fredda”.
“L'Europa centro-orientale non si lascia addomesticare. Busso da tempo alla sua porta, ma non me l'apre mai del tutto. Domani ho l'aereo per Berlino. Inizia il viaggio. Vediamo di colmare le lacune. Tuffarsi nell'89 e provare a stare a Est senza più la solita sensazione di inadeguatezza. Salire sulla macchina del tempo e poi catapultarsi fuori, nel presente. Ricucire, rammendare, dare profondità. Annusare l'odore della vecchia cortina e inquadrare il senso dell'Europa in cui vivo. Germania e Polonia, Slovacchia, Repubblica Ceca e Ungheria. Pellegrinare, seguire una rotta di redenzione, macinare chilometri, scavare, indagare, scoperchiare. Scoprire” (Tacconi, p. 7).
Commenti recenti
10 ore 36 min fa
10 ore 37 min fa
11 ore 51 min fa
11 ore 52 min fa
13 ore 8 min fa
14 ore 39 min fa
15 ore 2 min fa
15 ore 7 min fa
18 ore 17 min fa
18 ore 20 min fa