Questa nuova raccolta di poesie di Paolo Ruffilli affronta il tema dell'amore adulto, in modo completo e maturo, fresco e originale. L'artista aveva già toccato il tema dell'amore in “Piccola colazione”, Garzanti 1987, nella sezione dal titolo “Per amore o per forza”. Qui l'autore tratta di un amore giovanile, volto alla ricerca dell'assoluto. “Staremo sempre insieme./E ci diremo tutto.” E ancora: “Dai metti la tua/nella mia mano./Eccola presa nel laccio che la tiene./Giura che mai, per/nessun'altra, la lascerai”.
2009. La poetessa Patrizia Garofalo incontra il poeta Paolo Ruffilli. Ne deriva un'intervista – questa – che va a integrare le schede sin qui dedicate all'interpretazione e all'analisi delle pubblicazioni di un artista amato, già a inizio carriera, da Eugenio Montale. Buona lettura.
Non sono molti i poeti che amano scrivere con le parole strappate dal cuore. Sono davvero pochi i poeti che si lasciano incendiare dalla passioni e avvertono sulla propria pelle il tratto profondo del verso che soltanto una forte emozione è in grado di trasmettere. Sono rari i poeti che non mentono quando scrivono.
La poesia per essere ragione di vita ha bisogno di autenticità, e il poeta per stupire interiormente chi legge non deve fare altro che ascoltare la sua naturalezza, mettere sulla pagina la schiettezza della parola nuda. In poche parole egli, per incontrare l’Altro, non deve rinunciare all’onestà e alla trasparenza.
“L’idea,a tratti, / che conti quello che / è già stato, il resto / dei tempi, l’ordine / più apparente che…/ il risultato: /arrendersi alle cose /come sono /al loro inerte moto, per / reggerne e coprirne, / almeno il vuoto” (pp. 79-80, “Piccola colazione”)
“Se guarisco…io/ riattraverso il già fatto / e il già veduto / l’incommensurabile / che ho conosciuto” (p. 47, “La gioia e il lutto”)
“e guardo lassù in alto… / ma forse anche il cielo / è fatto stanze / e non si può abitarne / più di una” (p. 64, “Le stanze del cielo”)
Il responso del poeta alla menzogna
Mito e desiderio di cogliere l’eternità pur consapevoli della caducità delle cose, trovano nella poesia vie di scampo al deterioramento del tempo; l’autrice, attraverso la possibile verità della Sibilla e la musica di Orfeo rinnova le stagioni e diventa, allo specchio, madre del suo essere bambina e rinnovata stagione della profezia del vivere.
La libertà della Sibilla è nella sua rinascenza in morte, quando potrà diventare “la faccia della luna – orbitando come lei / liberata dalla sua estasi oracolare/ Solo una Sibilla può fissare in faccia il sole”.
L’EQUILIBRIO DEL DOLORE
Quello che più mi è sembrato evidente nel testo è l’uso poetico di vocaboli quotidiani che mi ha rimandato a Montale. Il libro si snoda a guisa di racconto di apparente e facile lettura per rimandare invece a polisemie più complesse, non tortuose né volutamente oscure ma illuminanti quando si vogliano cogliere i significati più profondi del nostro breve esistere.
L’andamento poetico conosce sia la dimensione diacronica del tempo che la sincronia di immagini. Esse si staccano sole, nitide, icastiche, comunicanti, lapidarie e determinano la poesia vera distinguendola da quella dei “poeti bianchi”.
Aveva ragione Eugenio Montale quando, nel 1977, in un’intervista alla Rai segnalò un giovane poeta per il suo talento, aggiungendo: “penso che ci riserverà piacevoli sorprese”. Il premio Nobel per la Letteratura si riferiva a Paolo Ruffilli, oggi uno dei maggiori poeti italiani.
Paolo Ruffilli torna, dopo l’alto esito de “La gioia e il lutto” e a sette anni da quell’evento, con “Le stanze del cielo”. La nuova raccolta persegue e riplasma la struttura poematica che caratterizzò il libro precedente in una consonanza tematica bene evidenziata da Alfredo Giuliani in prefazione: “Quella stessa inclinazione a oggettivare i dati soggettivi… rende capace Ruffilli di calarsi nella soggettività degli altri, da poeta che è anche narratore.
“e ti ricordo / quel geranio acceso / su un muro crivellato di mitraglia / forse neanche più la morte /consola i vivi / la morte per amore?” (T.S. Eliot)
Mi è stata necessaria la rilettura de “La gioia e il lutto” soprattutto nell’ultima sua parte dove leggiamo: ”Io credo / qualcosa resterà di noi. La parte / più sottile / e più leggera / volerà via / e troverà la strada / e lì nel fondo cieco / dove la vita / finisce ai nostri occhi / scandita dalla morte / fluisce un grande fiume di energia / (…) nel mare di dolcezza / e scoprirà di colpo / la sua pace assoluta”.
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