Giobbe è un patriarca, una delle figure centrali dell’Antico Testamento. Emblematica per Ebrei, Cristiani e Musulmani. Incarna la figura del giusto perseguitato, del credente la cui fede viene messa duramente alla prova da Dio. L’uomo che, seppur retto, onesto e fedele, viene colpito da immense sventure.
Il “Giobbe” di cui Roth ci racconta la parabola si chiama Mendel Singer. E’ un ebreo russo, vive nella cittadina di Zuchnow. Maestro di Talmud, uomo devoto, semplice, timoroso, sfuggente, pensoso. Sua moglie si chiama Deborah e gli ha dato tre figli: Jonas, Schemarjah e Mirjam. Il quarto bambino che la donna mette al mondo, Menuchim, è però un minorato. E sembra proprio che con la nascita di Menuchim inizi per Mendel la stessa sorte di Giobbe.
La copertina in perfetto stile Guanda, strilla che siamo di fronte ad un libro da non sottovalutare e snocciola grandi nomi spendendosi in prodighi parallelismi che iscrivono Auslander nell’ambito di quell’illuminata schiera di ebrei illustri, da Roth a Groucho Marx, passando per Woody Allen non senza trascurare Richler e la recente scoperta del Jacobson di Kalooki Nights, ch
"Perse conoscienza sentendosi tutt'altro che abbattuto, tutt'altro che condannato, ancora una volta impaziente di realizzare i propri sogni, ma ciò nonostante non si svegliò mai più. Arresto cardiaco. Non esisteva più, era stato liberato dal peso di esistere, era entrato nel nulla senza nemmeno saperlo. Proprio come aveva temuto dal principio." Everyman. pag. 123
“La milleduesima notte” è uno dei romanzi più scabri e desolati nel panorama narrativo del primo Novecento. Ambientato nella Vienna ottocentesca, descrive l’intreccio delle esistenze di un campione di umanità complesso ed eterogeneo.
Quel tanto di grottesco che ha intessuto la trama della quotidianità dei paesi comunisti è qui magistralmente rappresentato da Philip Roth. Anche i profughi – scrittori naturalmente, o millantati tali – ne sono intrisi: nei loro atteggiamenti, nelle loro parole, nei racconti che fanno di sé.
La storia di Bolotka, che rifugiato a New York induce Zuckermann a partire per Praga alla ricerca di alcuni racconti perduti, risulta addirittura gustosa: e questo anche indovinandone alle spalle una realtà di sopraffazione, di occhiuto controllo, di ottusa burocrazia dalla moralità pruriginosa.
È difficile, di fronte ad un’opera come "La Marcia di Radetzky", evitare di pensare all’uomo Joseph Roth, prima che allo scrittore: una biografia di sradicato - mi si conceda il termine abusato e poco felice - che pare l’identikit più coerente per colui che, a ragione, è stato considerato il più grande cantore della dissoluzione dell’Impero Austro-Ungarico; o meglio, per parlare forbito, della "finis Austriae".
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