"La zappa nell'aiuola proietta un'ombra che non taglia, l'ombra rimane silenziosa e guarda il sentiero nel giardino. Là una bambina si riempie le tasche di prugne verdi. Mentre sta tra le più stupide piante tagliate, il padre dice: Non bisogna mai mangiare prugne verdi, il nocciolo è ancora tenero e s'ingoia la morte. Nessuno ti può aiutare, allora si muore e basta. Con una febbre chiara il cuore ti brucia da dentro" (Müller, “Il paese delle prugne verdi”, p. 26).
In via delle Acacie sono gli anni Novanta. Non importa quale anno in particolare: siamo in quel periodo-cuscinetto che si chiama “transizione”, che separa, protegge, allontana la società romena dall'epoca nera del regime comunista, eppure cara ad alcuni, e da quel quasi luminoso presente – che fa sì rima con “occidente”, ma con il quale molti sembrano non andar tanto d'accordo.
Profondamente consapevole che la dittatura non avrebbe permesso deroghe alla parola “non iscritta all’elenco” e la prigionia dell’espressione sarebbe stata per lui intollerabile, dopo la guerra che fu mandato a combattere sul fronte dell’Est, il poeta affidò al mondo dei ragazzi favole e racconti. Fu la prima fuga dalla lacerazione ad avvicinarlo all’area pulita dell’adolescenza come balsamo guaritore di se stesso e generoso verso il mondo. I giovani dovettero sembrargli l’unico elemento capace di curarlo e loro stessi, ipotesi di rinascita.
Un vecchio è seduto sulla panca davanti a casa sua e il vicino passa e gli domanda:
Beh, che fai, stai seduto lì a pensare?
E l'altro risponde: No, sto seduto qui e basta.
Questa storiella è la descrizione più sintetica di cosa sia l'ovvietà. La conosco da vent'anni e da allora mi vado a sedere accanto al vecchio sulla panca. Ma ancora non sono riuscita a credergli fino in fondo.
Frammenti tratti da un'intervista a Herta Müller, apparsa per la prima volta nel periodico romeno 22 nell'ottobre del 2003. Pezzo inedito in Italia e di notevole pregio, sia per l'intervistata che per l'intervistatrice, Gabriela Adameşteanu, tra i maggiori prosatori contemporanei. Testo importante per comprendere temi e preoccupazioni dell'opera della Müller.
La lingua romena partecipa alla lingua tedesca in cui scrivo
Cimentatosi nell’arte del romanzo già in 78.08 (Excelsior 1881, 2008), Labranca torna a frequentare il genere con Haiducii (Excelsior 1881, 2010), che, rispetto al primo, di romanzesco ha anche il fatto di essere uscito a puntate, in versione ridotta, sulla rivista Film TV da giugno a settembre 2009.
“'Omnia mea mecum fero': portarsi tutto, disfare la sera e rifare al mattino, è il rito nomadico che rende irreversibile il distacco da casa. Ma non puoi capirlo, se il viaggio dura un giorno solo” (Rumiz, “È Oriente”, p. 11)
È sorprendente come a vent’anni dal crollo del Muro di Berlino, i paesi dell’ex blocco socialista, molti dei quali già appartenenti alla UE, siano tuttora agli occhi di noi “occidentali” luoghi pressoché sconosciuti. È il caso della Romania, terra affascinante, ricca di storia e colori, che trova raramente spazio nei media nazionali. Le icone su vetro di Sibiel, libro che segnalo all’attenzione dei lettori di Lankelot, rappresenta una piacevole eccezione a questa regola non scritta del panorama editoriale italiano.
Dopo le sferzanti denunce dell’inquietante realtà del precariato, e le amare riflessioni sulle dirompenti condizioni sociali dell’opulenza consumistica, Andrea Bajani trova una nuova dimensione comunicativa perlustrando zone d’affetti e d’ombra.Con Se consideri le colpe compone un libro che è un curioso miscuglio di relazione di viaggio, di diario privato e di romanzo, un liquido di contrasto iniettato nel circuito dei nostri pregiudizi.
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