Chi ancora non avesse letto “Plettri nelle mani di Dio” si potrebbe chiedere: “ma che significato ha l’ennesima biografia sui Beatles?”. Domanda mal posta perché l’opera di Barghi e Grasso non pretende certo di essere una summa esaustiva dell’arte dei Beatles e, per fortuna, neppure uno stitico bignami ad uso di chi non conosce il quartetto di Liverpool.
È il 1963 e siamo in piena Beatlemania. La cultura occidentale assiste ad un fenomeno nuovo. Quattro ragazzi inglesi fanno musica per teenagers loro coetanei, e sfondano barriere di celebrità prima solo sognate da qualche rara star del cinema. Scariche di isteria collettiva accompagnano il loro arrivo nelle città d’Europa: si scatenano incidenti, le forze dell’ordine bastonano, arrestano i pochi che hanno più di diciott’anni. I dischi vengono piazzati su un mercato giovanile in dilatazione, ai limiti dei confini planetari: primizie beatlesiane del ’63-’64, assicurano i collezionisti, sono rinvenibili nei recessi più insospettabili del terzo-quarto mondo.
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