La Yellow Medicine è una contea situata nella parte meridionale dello stato del Minnesota, uno di quei luoghi che non dice niente alla stragrande maggioranza della gente. Qualcuno che avrà seguito le vicende de “La casa della prateria” si ricorderà forse che la famiglia Ingalls viveva proprio nel Minnesota, per la precisione nel villaggio di Walnut Grove, per qualche amante della storia dei conflitti indiani, leggere Minnesota potrà ricordare la ribellione scoppiata nel 1962 dei Sioux Santee conclusasi con 38 impiccagioni di indiani, per gli amanti degli sport americani, qualcosa di football e basket, per il resto credo che sarà il vuoto più completo.
Prendete una cittadina dispersa nel deserto di uno stato degli Stati Uniti come l’Oklahoma dove furono confinate le Cinque Tribù Civilizzate e migliaia di altri nativi americani, che visse nel 1893 quella grande corsa alla terra che in pratica chiuse l’epoca del Far West (celebrata dal romanzo di Edna Ferber e dall'omonimo film “Cimarron” e successivamente nella pellicola “Cuori ribelli”), la stessa Oklahoma che fu poi scenario della fuga della famiglia Joad nel romanzo “Furore” di John Steinbeck e poi buttateci dentro Quentin Tarantino, Jim Thompson, Joe R.
Per Quentin Tarantino sarebbe stato difficilissimo, per non dire impossibile, ripetersi ai livelli dei capolavori degli anni precedenti: infatti, con "Le Iene – Reservoir dogs" (1992) prima, ma soprattutto con "Pulp Fiction" (1994), due anni dopo, aveva completamente rivoluzionato il modo di intendere e fare cinema, affermandosi come uno dei più promettenti registi degli anni Novanta.
Imbarazzante: Tarantino ha fatto male a molti registi e sceneggiatori americani. Autori che ormai credono di poter mescolare un po’ di sparatorie, stupri e colpi di scena per realizzare un film degno d’essere visto. E invece non si rendono conto di violentare a loro volta il cinema e gli spettatori.
Oddio, questo film fa acqua da tutte le parti. Non so nemmeno perché ne stia scrivendo, figuriamoci perché sia andato fino alla fine della visione: probabilmente non riuscivo a prendere sonno, ieri notte. Brevemente la trama: quattro rapinatori senza capo né coda rapinano una banca e, braccati dalla polizia, si rifugiano in un bar.
BENVENUTI NEL FANTASTICO MONDO DI BOB RODRIGUEZ
Un tizio scivola sopra un barattolo pieno di testicoli umani (sic) che va in frantumi. Un cattivissimo Bruce Willis gli fa sardonico: "Stai sempre sulle palle a tutti, eh? ".
Rose McGowan perde una gamba (gliela mangiano gli zombi, per la precisione). Lei che fa? Se la fa sostituire con un mitra d'assalto M-16. Logica ineccepibile. Il bellissimo ed evocativo primo piano di un pene trasformato in un annaffiatoio, buchi compresi.
Parlare del lavoro di Tarantino è praticamente impossibile. Parlarne male equivale ad un suicidio in fatto di popolarità: scattano subito apologie – cultura cinematografica infinita! Visivamente superbo! Sceneggiatore immenso! – e luoghi comuni pesanti come macigni – Pulp Fiction… bla bla bla… film cult… bla bla bla… e così via. Un fatto è senza dubbio che il cineasta statunitense abbia sempre pescato a piene mani dal cinema di genere, seguendo comunque una verve e soprattutto un’estetica del tutto personali. Denigrarne un film equivale a passare per cinefilo snob. Al contrario, baciandone ogni passo sul suolo farebbe correre il rischio di passare per un fan fanatico della prima ora.
Enzo Girolami, alias Enzo G. Castellari, figlio d’arte d’una famiglia di cineasti e cinematografari autentici, è il protagonista di questa monografia firmata Lupi e Zanello.
Dopo il metalinguaggio narrativo di Pulp Fiction, improntato sulla connivenza tra dialoghi quotidiani e spunti biblici, sperimentazione di un nuovo testo, caotico e lineare al contempo, ricco di trame e sfaccettature che si intessono in un’unica trama generale, il dinamitardo Tarantino si butta ancora a capofitto nella pratica che preferisce, la scrittura, ma stavolta senza trama e senza dramma, una revenge tragedy che fa riferimento ad una cultura giapponese, italiana e americana. Una storia che, tanto per capirci, ha poco a che fare con Amleto, la revenge tragedy per eccellenza in virtù delle sue meccaniche drammaturgiche e psicologiche. Ma grazie anche alle postume sovradeterminazioni.
KILL THE BRIDE
Fastoso esercizio di stile o sfavillante sottoprodotto culturale che sia, il Quarto Film di Tarantino (così annunciato nei titoli) è confezionato con una apprezzabile coerenza kitsch e una miracolosa ostentazione splatter.
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