Il sottotitolo scelto dall'editore italiano ha il merito di essere estrememante chiarificatore per quel che riguarda la personalità dell'autore e gli scopi del suo scritto: "Diario 1913-1916. Le memorie dell'ambasciatore americano a Costantinopoli negli anni dello sterminio degli armeni". Immigrato in America dalla Germania all'età di dieci anni, avvocato di successo, l'ebreo Henry Morgenthau legò le fortune della sua carriera diplomatica a quelle del Presidente W. Wilson, di cui sosteneva le campagne elettorali.
Quinto libro di narrativa di Stelio Mattioni, “La stanza dei rifiuti” [Adelphi, 1976] è un romanzo breve che ha il passo della ballata: è una ballata del Novecento triestino, è una ballata di tre fratelli che nascono giuliani sotto bandiera austriaca, si ritrovano italiani da giovanotti, testimoniano il fascismo, e il rovesciamento del regime, e la provvisoria presenza difensiva angloamericana, e la nascita d'una frontiera innaturale, e i giorni dell'avvento della Dc; è la ballata della fortuna e della decadenza del porto di Trieste, e di tutta una serie di abitudini; è la ballata della sconfitt
“Non c'è volta nei nostri colloqui ch'io non mi senta più indegno e nel tempo stesso io non trovi in me una nuova forza e speranza di far la mia vita migliore. Perché s'io possa un giorno per l'ultima volta chinare il capo tra le mie figliole e queste con dolore tranquillo mi congedassero: padre, tu ci lasci pur una vita da vivere senza disperare – oh, io avrei portato alla felicità la mia fatica e ritrovato Dio, per te, fratello” [Stuparich, “Colloqui con mio fratello”, p. 97].
Quando l'allora ventiquattrenne letterato giuliano Giani Stuparich [1891-1961] pubblicava “La nazione czeca”, era, come cittadino triestino, un cittadino austriaco, compatriota dei cechi e degli slovacchi: era un cittadino e un intellettuale triestino che aveva ideato e composto questo saggetto in un tempo in cui “prevedere il conflitto odierno era compito soltanto dei diplomatici, e prepararlo dei militari”, rivendicava con orgoglio nella premessa. Stuparich era un intellettuale che confidava si potesse dare vita, nel contesto austroungarico e in prospettiva in quello europeo, a una famiglia di nazioni confederate, ognuna espressione d'uno Stato democratico.
“Seppe riconoscere il genio di Jarry, del doganiere Rousseau, di Picasso, di De Chirico, di Derain. Mentre Paul Valéry poteva sembrare un attardato, al suo cospetto. Per Philippe Soupault, Apollinaire non era un capo ma un 'fusée-signal'. Era contagioso, non aveva bisogno di persuadere, di spiegarsi. Bastava sentirlo parlare per credere alle sue parole. Dubitava poco e chi lo seguiva migliorava i suoi versi. Quanti fantasisti o neoclassici non sarebbero mai nati senza di lui? Era triste ma non disperato. Aveva il senso della novità. Non si dichiarava, tuttavia, mai rivoluzionario, e chiamava 'sorpresa' lo 'scandalo'. Se qualcuno gli resisteva la sua risata diventava irresistibile. Voleva distruggere per ricreare” (Renzo Paris su Apollinaire, pp.
La microstoria è una parte fondamentale del grande fiume della Storia. Nel suo ambito scorrono personaggi e vicende sconosciuti ai grandi eventi che hanno contribuito e non poco alla comprensione di tutto quello che è accaduto. La vita di Mario Poledrelli, cittadino ferrarese prima e dopo il primo conflitto mondiale, sta tutta nella microstoria che incontra la Storia.
Travedere un uomo dalle sue lettere (ove non siano composte già pensando alla loro pubblicazione) può risultare imbarazzante quanto spiarlo dal buco della serratura. Al tempo stesso, però, può risultare illuminante per capirne i moti spirituali ed emozionali. Preziosa è dunque quest’edizione di qualche anno fa, che ha riproposto – a cinquant’anni dalla seconda e ultima edizione dell’epistolario di Serra, un centinaio di lettere, capaci di lumeggiare la complessa figura di un uomo importante per la nostra cultura d’inizio secolo (scorso).
“Grazie a Dio, aveva senso dell'humour. Sorrisi, mi pulii i residui di panna montata dalla faccia e dalle mani e la guidai nel valzer che il quartetto di archi stava attaccando a suonare. Mia madre mi aveva insegnato a ballarlo, quindi ero a mio agio, almeno per il momento. Mentre volteggiavamo, incrociai lo sguardo del colonnello Steinig. Sorrise e annuì in segno di approvazione. Fu così che conobbi Annie Breton” (Wilder, “La mia puttana francese”, Otto)
La prima guerra mondiale a Bormio vissuta dai bambini del comandante del forte di Oga
Ho scoperto il libro di Carlo Pastorino andando in Vallarsa, tra quelle montagne dove lui ha combattuto e che traboccano ancora di memorie e di tracce della Grande Guerra, quell’immane carneficina che travolse un’intera generazione. Pastorino, originario di Masone nell’Appennino Ligure, fu inviato nel 1916 in Vallarsa come ufficiale e vi rimase per un anno, affezionandosi a quella terra aspra e bella,come quella che gli aveva dato i natali. Trasferito successivamente nel Carso, venne qui fatto prigioniero dagli austriaci e rinchiuso nella fortezza di Theresienstadt in Boemia fino alla fine del conflitto.
“Non è un libro di guerra, questo. È il libro di un uomo che fin dai primi giorni è entrato, come volontario, nel cerchio della guerra, a capo chino, bestemmiando (non Dio), e che ne è uscito all'ultimo giorno, benedicendo Dio, a capo chino, come un francescano; di un uomo che ha lasciato la trincea assetato d'amore e di pace, ma avvelenato fin nelle radici d'odio e di disperazione. È il libro di un uomo, un uomo qualunque, che è andato in trincea, fante tra fanti, come altri va in chiesa o all'officina o al podere per la confessione o la fatica quotidiana.
“Un artista puro” è una deliziosa plaquette illustrata Via del Vento, pubblicata nel 1999 in tiratura limitata.
“Restammo sulle rive della Mosella per dodici deliziosi giorni e poi, con gran dispiacere, sgomberammo. Ma avevamo imparato tutti una cosa: se i comuni soldati di qualsiasi esercito potessero riunirsi sulla riva di un fiume e discutere le cose con calma, nessuna guerra durerebbe più di una settimana” (William March, “Compagnia K”, frammento del soldato semplice Plez Yancey, p. 92).
Antonio Pennacchi torna sul sentiero difficile e stupendo della pacificazione, della battaglia estetica e culturale per la memoria condivisa, del gran romanzo popolare e non populista, consacrando il suo nuovo romanzo, Canale Mussolini (Mondadori, pp. 464, euro 20), alla storia della sua città, Latina, e della terra d'adozione della sua famiglia, l'Agro Pontino. E riesce nell'impresa. Riesce perché in questo libro si riconoscono, naturalmente, passione, onestà e dedizione; riesce perché ha saputo documentarsi con precisione e accuratezza, smentendo pregiudizi e stereotipi di tutte le fazioni; riesce perché sente, confida nella breve prefazione, che questo sia il libro per cui è venuto al mondo.
Commenti recenti
4 ore 58 min fa
5 ore 49 min fa
5 ore 53 min fa
6 ore 2 min fa
6 ore 12 min fa
6 ore 12 min fa
8 ore 3 min fa
10 ore 19 min fa
10 ore 29 min fa
10 ore 36 min fa