Quando l'allora ventiquattrenne letterato giuliano Giani Stuparich [1891-1961] pubblicava “La nazione czeca”, era, come cittadino triestino, un cittadino austriaco, compatriota dei cechi e degli slovacchi: era un cittadino e un intellettuale triestino che aveva ideato e composto questo saggetto in un tempo in cui “prevedere il conflitto odierno era compito soltanto dei diplomatici, e prepararlo dei militari”, rivendicava con orgoglio nella premessa. Stuparich era un intellettuale che confidava si potesse dare vita, nel contesto austroungarico e in prospettiva in quello europeo, a una famiglia di nazioni confederate, ognuna espressione d'uno Stato democratico.
“Il pavone è il messaggero della divinità del ricordo” (pag.11).
“L'Europa centro-orientale non si lascia addomesticare. Busso da tempo alla sua porta, ma non me l'apre mai del tutto. Domani ho l'aereo per Berlino. Inizia il viaggio. Vediamo di colmare le lacune. Tuffarsi nell'89 e provare a stare a Est senza più la solita sensazione di inadeguatezza. Salire sulla macchina del tempo e poi catapultarsi fuori, nel presente. Ricucire, rammendare, dare profondità. Annusare l'odore della vecchia cortina e inquadrare il senso dell'Europa in cui vivo. Germania e Polonia, Slovacchia, Repubblica Ceca e Ungheria. Pellegrinare, seguire una rotta di redenzione, macinare chilometri, scavare, indagare, scoperchiare. Scoprire” (Tacconi, p. 7).
Il ministero della cultura ceca non ha ritenuto di partecipare alla pubblicazione italiana del libro di Jan Zabrana. Stravaganza curiosa. Si tratta di un estratto – un decimo dell'edizione originale: 1100 pagine – del diario di un cittadino, scrittore, traduttore e operaio, testimone della condotta del vigliacco regime comunista allora padrone di Praga: i frammenti riguardano “il periodo della normalizzazione politica imposta nel 1969, dopo l'invasione della Cecoslovacchia da parte delle truppe del Patto di Varsavia”, spiega Ourednik, curatore dell'opera.
Centotrenta anni dopo la prima edizione in volume (Milano, Treves, 1879), viene finalmente ristampato, a cura di Francesco Lioce, il racconto lungo “Candaule” dello scapigliato Sacchetti, salutato come anticipatore del decadentismo.
LA RISATA SILENZIOSA DEI LIBRI BRUCIATI.
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