“Penso a ciò che la vita ci chiede e ci dà, e mi vengono in mente gli obiettivi. L’amore, l’amicizia, l’ambizione, la riproduzione, la vita sociale e professionale, i sorrisi e le uscite notturne e diurne, gli interessi e l’arte, le passioni, le emozioni, i titoli e i profitti, gli affetti e gli abbracci e i dolori; e io di tutto ciò non voglio più nulla, voglio l’assoluta libertà di rifiutare tutto e di non combattere per ottenere tutto ciò, voglio l’onore delle armi per obiezione di coscienza alla vita. Voglio il diritto al patetismo: alla sconfitta e alla rinuncia, alla debolezza e al crollo” (pag. 15)
Tre anni prima del suo esordio (“La vedova allegra”, 1931) Guido Piovene, giovanissimo, aveva scritto un romanzo – questo – rimasto inedito sino al 1998. Un romanzo “tronco, intimamente e forse volutamente incompiuto e lasciato nel vago” - commentava allora Bettiza; chiosando, tuttavia, con un riconoscimento niente affatto marginale.
É un romanzo neorealista. Ma é difficilmente categorizzabile per quanto riguarda il sub-genere. É un romanzo poliziesco? É un romanzo filosofico? É un romanzo sulla religione filosofica? É un romanzo di filosofia morale? É la ricerca di Dio? Tutte queste ipotesi sono vere.
Nella struttura del romanzo gli episodi si susseguono l’uno dopo l’altro, filati sull’asse dell’azione. Questi mondi separati sono quadri, in cui il lettore entra insieme a Piovene, e s'accorge che può vedere in questo mondo virtuale; dopo quest’esperienza catartica passa a un quadro seguente.
Silvio Perrella è il curatore d'eccezione di questa scelta di quarantatre scritti saggistici di Goffredo Parise, pubblicata da Adelphi nel 2005. Criterio principe, al di là dell'ordine cronologico (1957-1986, eccetto l'ultimo articolo), è questo: “Ho tenuto al centro la letteratura, con qualche puntata verso la musica e l'arte figurativa. Mi ha guidato il saggio che conclude il volume e che gli dà il titolo. Si tratta del discorso che Parise tenne a Padova nel 1986, l'anno della sua morte, in occasione del conferimento della laurea ad honorem. È come se fosse il suo testamento culturale” (p. 227). Sì, ha quel respiro. Ma è tutto questo libro che ha quel respiro, forse inconsciamente.
Cronache, note di viaggio e osservazioni: argomento, la vita degli States negli anni Cinquanta; protagonista e autore, il giornalista e scrittore Guido Piovene (1907-1974), all'epoca inviato del Corriere della Sera. Ventimila miglia al volante tra autunno 1951 e autunno 1952: cento articoli pubblicati, man mano, sul quotidiano, e poi rivisti e adattati per questo volume, originariamente apparso per Garzanti nel 1953.
“Purtroppo lottiamo in Italia non solamente contro alcune necessità, vere e presunte; ma contro il modernismo rozzo, il gusto della distruzione, la volgarità presuntuosa e volontaria. Vi è chi distrugge il bello per sentirsi meglio e per mettere il mondo in armonia con se medesimo; ognuno ritrova la pace della coscienza come può” (PIOVENE, “Viaggio in Italia”, 1953-1956. In “Bergamo”, p. 159 edizione Baldini Dalai, Milano 2003)
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Con buona pace di quanti credono e scrivono che Piovene fosse rimasto estraneo alle critiche rivolte all'Italia fascista, “Romanzo americano” è un librotto di narrativa retorica, antifascista, piccolo borghese e filo-statunitense. È, in sintesi, la storia di un giovanotto, Michele, che parte per gli States negli anni Trenta, lasciando in patria una fidanzata inconsolabile per la sua partenza e per la morte di suo fratello, un grande amico di lui; morte avvenuta, va da sé, per ragioni politiche (casus belli, la questione abissina).
“Non voglio essere interrogato, e non voglio nemmeno spiegartene il perché. Ti dovrei parlare di me, spiegarti me stesso, e non voglio, soprattutto non so, forse non c’è materia”.
Ha smesso di ascoltare, il protagonista de “Le stelle fredde”, e non sente alcun desiderio di parlare. Ricerca una solitudine capace di mettere distanza. Abbandona il proprio lavoro di pubblicitario, la donna che ha amato, il padre. Si lascia alle spalle l’intera vita, arrivando ad allontanarsi persino da sé stesso. Le pagine iniziali riportano un’insolita visita medica, volta ad accertare una presunta ipoacusia.
“La differenza fra giornalismo e letteratura è che il giornalismo non è leggibile e la letteratura non è letta” è un aforisma che si è soliti attribuire all’irriverente genio di Oscar Wilde. Anche se spesso questa massima trova conferma nelle diete letterarie italiane e nella sempre più preoccupante crisi dei nostri quotidiani, bisogna notare che non sempre è stato così – fortunatamente, diremo – e spesso, anzi, giornalismo e letteratura si sono fusi e confusi, creando esempi eccellenti di informazione e qualità letteraria.
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