“Seppe riconoscere il genio di Jarry, del doganiere Rousseau, di Picasso, di De Chirico, di Derain. Mentre Paul Valéry poteva sembrare un attardato, al suo cospetto. Per Philippe Soupault, Apollinaire non era un capo ma un 'fusée-signal'. Era contagioso, non aveva bisogno di persuadere, di spiegarsi. Bastava sentirlo parlare per credere alle sue parole. Dubitava poco e chi lo seguiva migliorava i suoi versi. Quanti fantasisti o neoclassici non sarebbero mai nati senza di lui? Era triste ma non disperato. Aveva il senso della novità. Non si dichiarava, tuttavia, mai rivoluzionario, e chiamava 'sorpresa' lo 'scandalo'. Se qualcuno gli resisteva la sua risata diventava irresistibile. Voleva distruggere per ricreare” (Renzo Paris su Apollinaire, pp.
“Un solo augurio nell’alto destino di domani, essere assieme fratelli” (Prefazione, Savinio).
Rapporto medico tra arte e follia: impossibile che non torni alla memoria il grande studio del Lombroso de “L’uomo di genio”, impegnato a dimostrare similitudini, analogie e rapporti esistenti tra genio e follia, fondandosi spesso – ecco un limite, tacendo delle avventurose teorie razziali – su notizie biografiche ricavate da fonti non del tutto attendibili, per non dire filologicamente sciagurate; per cui poteva, ingenuamente, mettere su uno stesso livello un poeta Greco della classicità e Torquato Tasso, per intenderci.
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