Entrare in una libreria con pochi soldi a disposizione può essere anche una fortuna. Bisogno di leggere che si scontra con la cronica assenza di liquidità e allora ricerca fra gli scaffali di qualcosa che possa unire qualità e prezzo e allora ci si aggira instancabili fra bancarelle dell’usato e librerie più o meno conosciute. Lo sconforto aumenta fino a quando l’occhio si posa su un libretto di 82 pagine, copertina rossa, edizioni Adelphi. Un nome, Shirley Jackson. Una garanzia o forse anche una sfida. 8 euro per 82 pagine sono forse anche troppi ma nel retro di copertina leggi un riferimento a Orson Welles, poi una data, il 1949, e ti accorgi che stai leggendo da un po’ troppo tempo romanzi e saggi usciti negli ultimi 10 anni.
Un certo re, grande e potente, chiese una volta ad un poeta: «Cosa posso darti di tutto ciò che possiedo?» Egli rispose saggiamente: «Qualsiasi cosa, sire... tranne il vostro segreto». (titoli di testa)
“Forse siamo fatti in ugual misura di ciò che è stato e di ciò che avrebbe potuto essere. E mi spingo a pensare che sia la finzione a raccontarci tutto questo, o meglio, a servirci da promemoria di quella dimensione che siamo soliti lasciare da parte al momento di raccontare e di spiegare noi stessi e la nostra vita. E oggi il romanzo è ancora la forma più elaborata di finzione”.
In quest’ottica Marías sceglie di dedicarsi alla menzogna dello scrivere, collocandosi nel dubbio, nell’incognita di un condizionale plausibile e tuttavia mai avverato. In quel futuro remoto cancellato dal fato e dalle scelte più o meno consapevoli.
L’epoca dello “spaghetti western” è stata non lunghissima ma intensa e prolifica, ha partorito opere che incontrarono il gusto degli italiani e non solo, andando a solleticare l’attenzione di altre cinematografie occidentali e orientando non poco il cinema orientale di genere degli ultimi venti-venticinque anni.
È un noir contorto, difficile, per certi versi estremo. La minuta ossatura della trama è rimpolpata da stravaganti incastri, complicata ad arte con impossibili rompicapi. Capiamo che il marinaio Michael O’ Hara (Orson Welles) sarà circuito dall’esplosiva Elsa Bannister (Rita Hayworth), perché è la stessa voce narrante di Michael a dichiararlo all’inizio. Capiamo che il marito di Elsa, l’avvocato Arthur Bannister, assume Michael come capitano del suo yacht; che egli sa bene della passione scoppiata fra il marinaio e sua moglie, e che malgrado ciò tutti insieme partono alla volta dei Caraibi per una crociera di piacere.
È un film a cui non si possono muovere molte critiche pertinenti. Alcuni hanno voluto accusarlo di superficialità, di essersi limitato a una critica estetica di Bush e della sua amministrazione. E in effetti si indulge a frequentissimi e maniacali ingrandimenti dei suoi occhietti: frivoli, monelli, ma velati sempre da una patina di ottusa arroganza; si insiste sul grugno canino di Condoleeza, e si fa l’inventario completo dei gesti miserrimi di Cheney e Wolfowitz nei fuorionda televisivi.
Molti di voi si ricorderanno del piano sequenza iniziale dell'Infernale Quinlan ("Touch of evil"), del suo cupo bianco e nero affidato alle cure di Russell Metty: elementi di un film diventato negli anni oggetto di studio e di infinita ammirazione per i più attenti cinefili ed amanti del noir classico.
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