Milano, fine anni Cinquanta. Per ripetuti flussi di coscienza e per serrati dialoghi, per sperimentali ombelicali angosce ed esistenziali e borghesi rimorsi, per bizzosi cambi di prospettiva e di punto di vista e incresciosi e velleitari sentimentalismi, Oreste Del Buono dava vita al suo quarto libro di narrativa: “Per pura ingratitudine” (Feltrinelli, 1961) andava assemblando, in tre atti, la contrastata vicenda d'un letterato fallito o giù di lì che viveva storie extraconiugali con una certa incresciosa intensità, e una certa dedizione. A cinquant'anni di distanza mi sembra che abbia perduto in freschezza, e in coraggio; quanto poteva pesare in una società bigotta, un libro come questo, noi non riusciamo neanche a immaginarlo. Peccato.
Berto s'è appena sposato ma non sembra proprio euforico. Dovrebbe essere almeno felice, ma non sembra felice. Sembra preoccupato, più che altro. Lui e sua moglie stanno in viaggio, e lui non ha una gran voglia di pensare. Meglio non pensare. Meglio non capire. Sente che Anna è nervosa, si discute per cose minime. Forse è l'emozione del nuovo, comune inizio. Forse è qualcosa di diverso.
Questo è un romanzo di un ritorno. È il romanzo del ritorno a casa del soldato prigioniero di guerra: il ritorno di uno che aveva perduto la speranza, e s'era ingannato a dare coraggio agli altri, come poteva. Milano sembra un paese straniero: “case distrutte, muri sudici e neri per gli incendi” [p. 127], rovine a pochi passi da casa, alberi sradicati. La porta di casa, tanto attesa, è a un passo. L'interno della casa è intatto. La famiglia si raduna attorno al figlio ritornato. Lui si guarda allo specchio e si ritrova “una faccia ambigua: disorientata e goffa […]. Mi sembrava di avere polvere anche dentro gli occhi, ma doveva essere soltanto stanchezza” [p. 132]. Passano giorni, settimane. Il reduce rimane quanto più può a letto.
“Siamo stranieri; in questo paese ci chiamano ladri, traditori, vigliacchi, ci portarono su ammucchiati nei vagoni bestiame, tenuti a bada con i fucili. Un giorno hanno detto che eravamo liberi, non si capiva di cosa: di lavorare e patire come prima, da prigionieri […]. Siamo sperduti, parliamo, facciamo dei gesti senza conoscere delle parole, delle cifre di salvezza. Non sappiamo che quando si lavora e non si lavora, quando si mangia e si dorme. […] è sempre inverno. Questa guerra e questo assedio del cuore. […] Ogni sera è uguale, lo sconforto del giorno che verrà dopo, e non si può avere una speranza, fabbricarsela” [p. 9; p. 15; p.17; p. 24].
Cinque racconti di Oreste Del Buono, pieni di sentimento, vitalità e intelligenza, espressione d'una sensibilità letteraria capace di dialoghi di grande credibilità e di monologhi interiori di vero fascino; cinque racconti d'amori perduti, spezzati, incompresi, interrotti, clandestini per gioco, comunque mai adulti. Cinque racconti ragazzini, d'un narratore adulto che sembra sospeso nell'antica linea d'ombra, e non sembra aver voglia di oltrepassarla mai.
ULTIMI VAMPIRI? Nuova edizione della raccolta di racconti “Ultimi vampiri” di Gianfranco Manfredi.
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