Terzo libro di narrativa di Gabriele Dadati, scrittore e consulente editoriale piacentino classe 1982, “Piccolo testamento” [Laurana, 2011] è la confessione e la trasfigurazione del dolore dell'allievo che ha perduto il maestro: è lo sconsolato memoir di un letterato ragazzo che ha dovuto accettare una perdita percepita come una mutilazione. È la storia della sua sofferenza: di quanto è inconsolabile e di quanto è fredda: e di quanto è spoglia di pretese di sublimazione. Assieme, è la frammentaria e semplice vicenda dell'amicizia tra due letterati, del riuscito passaggio di consegne tra due generazioni, del momento del passaggio di consegne tra due generazioni.
De Amicis scrive tenendo tra le mani un “esemplare mezzo sfatto della prima edizione di Jacopo Ortis” del 1802: è il 1907. A un tratto, allucinato dal frontespizio, immagina di vederlo animare e di sentire il libro parlare di sé; delle sue immediate fortune, della sua resistenza alla censura austriaca, del suo ritorno alla popolarità alla notizia della morte di Foscolo, nel 1827. Assieme, racconta dei suoi passaggi, da una casa all’altra, da una bancarella a una libreria antiquaria, da una vita all’altra, non escludendo, naturalmente, l’involontario sostegno al suicidio d’un giovane che viveva in una mansarda e le leggende apocrife sulle sottolineature autoriali: “Ecco la mia storia di centocinque anni, dal Consolato di Napoleone al Regno di Vittorio Emanuele III.
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