Douglas Coupland aveva saputo battezzare una generazione, diciott'anni fa, scrivendo “Generazione X” [1992]: la storia di una generazione che si raccontava storie per orientarsi nel proprio tempo, per capire quale fosse la propria identità, e la propria missione (collocazione). Un paio d'anni più tardi, durante il discorso per l'apertura dell'anno accademico alla Syracuse University, Kurt Vonnegut dice qualcosa di divertente (irriverente): "Ora, voi giovinastri volete un nome nuovo per la vostra generazione?
“Guarda la faccia di Baricco, guarda la faccia di tutti i fantastici scrittori italiani, guarda che belle facce di culo, col capello mediamente non curato, lo sguardo volutamente assassino, la battuta pronta o la posa da dandy. Non ce n’è uno che non faccia una citazione che conosce solo lui, non ce n’è uno che al primo libro non parli dei dischi rock che gli hanno cambiato la vita e che al secondo già cominciano ad inserirti una frase di Leopardi, Cechov e compagnia bella. Dovrebbero imparare da Carver, dal suo modo di scrivere nello stesso tempo di Cechov e sigarette, di alcool e solitudine, di vita e morte. Dovrebbero imparare da Carver che essere scrittori non significa essere più intelligenti degli altri” (p.
Commenti recenti
1 sec fa
48 min 37 sec fa
1 ora 13 min fa
1 ora 13 min fa
1 ora 53 min fa
2 ore 38 min fa
2 ore 44 min fa
2 ore 48 min fa
3 ore 20 min fa
4 ore 11 min fa