Sono passati quasi 17 anni dall’uscita di questo disco. Era il maggio 1994 (il disco lo ascoltai compiutamente nella seconda metà dell’anno a ripresa delle scuole), l’anno dopo la morte di Kurt Cobain. 17 anni sono tanti, quasi la metà della mia vita e in questo disco c’è buona parte della mia esistenza, delle persone che mi hanno permesso di scrivere i miei due romanzi, di superare momenti complicati, di sorridere, di vivere nuove esperienze e ancora oggi, quando lo ascolto, mi si riempiono gli occhi di lacrime tanto sono luminosi i ricordi che mi prendono e si materializzano davanti ai miei occhi.
“E c'era forse un buco più grigio di Aberdeen al mondo? Non faceva che piovere da quelle parti, veniva giù acqua come tagliavano alberi. Che a parte la pioggia era l'unica cosa che ti poteva venire in mente di dire su quel fantasma di città” (p. 8). Pioveva tutte le notti. Diceva Kurt che l’America era piena di cittadine come Aberdeen. Krist Novoselic spiegava meglio: “In tutto il mondo, davvero. Piccoli posti isolati con una specie di coscienza collettiva: la gente tira avanti e non sa assolutamente che cosa stia succedendo nel mondo, nella vita… in ogni campo”.
Diceva Kurt che l’America era piena di cittadine come Aberdeen. Krist Novoselic spiegava meglio: “In tutto il mondo, davvero. Piccoli posti isolati con una specie di coscienza collettiva: la gente tira avanti e non sa assolutamente che cosa stia succedendo nel mondo, nella vita… in ogni campo” (p. 110).
Per dimenticare, e per rigenerare. Per frammentare senza possibilità di ritorno l’unità d’un’anima, e per lasciare che la corrosione fluida sradichi l’ultimo argine, e le sensazioni e le emozioni precipitino a valle, senza conoscere ostacolo, né intervallo.
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