In concorso nella Selezione Ufficiale del Festival di Roma, Rabbit Hole, di John Cameron Mitchell, è un ritratto intenso e doloroso di una coppia che cerca di sopravvivere alla tragica scomparsa del figlio di quattro anni. Becca e Howie Corbett (Nicole Kidman e Aaron Eckhart), a otto mesi dal grave lutto, vivono una sorta di empasse, un tempo sospeso in cui tentano di anestetizzare la perdita in modo assai differente. Sono preda dei ricordi, ma cercano di non parlare dell’evento, misurando la rabbia e la frustrazione attraverso atteggiamenti sarcastici e apparenti rimozioni.
Noi non siamo Grace. Siamo Dogville. In scena non è la ghettizzazione della nostra diversità, ma al contrario la nostra paura dell’altro, il nostro chiuso conformismo. Dalla materia fangosa di cui è composto l’essere umano, è davvero difficile ricavare qualcosa di limpido, buono, disinteressato. Siamo creature egoiste e vanitose, peggio dei cani e di tutte le bestie che almeno hanno più limitato lo spettro di scelta. La nostra è invece una deliberata volontà di commettere il male. Per autodifesa ci stringiamo in comunità, in branchi rivali che coltivano il loro senso di sé attraverso l’esclusione dell’altro.
“The Hours” racconta di tre tipi femminili, in tre diversi periodi storici, dicendo di uno stesso disagio: quello che viene dal dover imbastire su di sé un’identità obbligata. I tipi femminili in questione sono una scrittrice, di nome Virginia Woolf, scrutata sul declinare della sua esistenza; una casalinga statunitense degli anni Cinquanta del Novecento; e una manager nella New York di questi giorni. L’identità in questione è quella vissuta di norma da una donna, inserita all’interno di un nucleo familiare di tipo “tradizionale”: moglie, fedele, eterosessuale, madre, amorosa, compassionevole, votata entusiasticamente alla cura di marito, casa, prole.
A suo rischio e pericolo, un regista (o chi per lui, o lei) si prende la briga di trarre un film da un romanzo di grande successo. Certo, l’operazione può pure andare bene. Spy-story, legal-thriller e materiale simile, assicurano una larga adattabilità (quando non vengono scritti addirittura con il contratto della Major già in tasca, o giù di lì), fanno contento il pubblico in vena d’intrattenimento “chiavi in mano”, e, di rimando, anche chi il film l’ha prodotto e il libro l’ha scritto: tutti affratellati in un girotondo di bei bigliettoni.
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