“[…] nequa femina pulcrior / clarum ab Oceano diem / viderit venientem” (Catullo).
Ennio Flaiano non è stato uno scrittore satirico e nemmeno un battutista. Il citazionismo giornalistico e la vulgata intellettuale non sono riusciti ad andare oltre queste semplicistiche definizioni. A cento anni dalla nascita è arrivato il momento di accostarsi all’irriverenza intelligente di Flaiano in altro modo. L’autore di "Tempo di uccidere" può considerarsi un pensatore moralista. Il suo stile essenziale, breve e incisivo, ricorda molto la tradizione inaugurata dai moralisti della seconda metà del XVII secolo: La Rochefoucauld, Pascal, Montaigne. Il moralista si caratterizza non come artefice di un sistema o portavoce di una dottrina generale, bensì come anatomista dell’interiorità e osservatore dei costumi.
"A destra per caso" è un pamphlet nato sulla scia di una convinzione di Sciascia; ossia che ogni scrittore è politico, e che il giusto sentiero della scrittura politica è offrire la propria responsabilità a tutti. E così Carlo Gambescia e Nicola Vacca raccontano la loro esperienza di intellettuali e giornalisti culturali passati, accidentalmente, a scrivere per l'area politica destrorsa, nel periodo delle sue maggiori trasformazioni ideali, essenziali ed estetiche; l'esperienza di Gambescia e Vacca ha finito poi per soffrire un eccessivo disorientamento e uno straniamento senza precedenti.
“La baia degli angeli” disegna in copertina un ovale che abbraccia la sirena carica di fiori. Si nasconde il mare illuminato dell’originale di Chagall e della pittura del grande maestro stigmatizza “la sospensione nel vuoto” alla ricerca di luce, il camminare alto sulla terra, le contorsioni dei baci e il mondo che per non morire nella dimenticanza e nella rimozione del non voler guardare, fa dire a Nicola Vacca “Dateci parole semplici / per attraversare il mare. / C’è pericolo di naufragio / la mente brucia, il cuore è squarciato. / Il dolore è perdita / ma è anche l’esperienza dell’uomo giusto/.
Cioran provocava: “Il diritto di sopprimere tutti quelli che ci infastidiscono dovrebbe figurare al primo posto nella costituzione della Città Ideale”.
2007. Nicola Vacca sta combattendo al fianco della sua amata compagna la battaglia più difficile: contro il male, contro il dolore, contro l’atrocità del tempo: contro l’assurdità d’una malattia sotterranea, e infida. Il poeta torna alle sue origini – alla poesia elegiaca e sentimentale, al canto della donna adorata, consapevole che l’esistenza ha senso e valore per la sua presenza, e che a nulla vale respirare un’altra essenza – e si schiera, guerriero gentile e senza paura di niente, in prima linea.
Il recinto sentenzioso dell’aforisma diventa poesia
“L’unico modo di sopravvivere alla realtà è quello di scriverne”, queste parole di Nicola Vacca si stagliano in “Frecce e pugnali” ma niente hanno a che fare con l’aforisma tradizionalmente inteso: l’autore mantiene, del genere, soltanto la brevità stenografica senza niente togliere alla profondità poetica che invece sigla con un’intensa e completa interpretazione della poesia: poesia “oggetto misterioso d’amore, scolpisce statue d’infinito nel cerchio aperto della ragione”. Una prossemica dell’intesa poetica nello spazio-tempo destinata all’eternità e alla fusione di cuore e mente.
CATALOGARE L’ASSENZA
La casa del non luogo è la sequenza
Che vedo sempre quando la memoria
Si incendia nella rappresentazione
Cosmica degli eventi a cui appartengo.
La casa del non luogo la abito
Nelle serate di solitudine
Mentre rapisco polvere di Tempo.
Quando ti adagi quieta
sul letto del mio corpo
sonnambuli del sottosuolo
dell’intimo insieme sei la musa
che indossa i versi nudi
che scrivo
sull’amore fattosi carne,
pace e ristoro (…)
Non ha più parole nemmeno
il quieto sonno della ragione.
L’oscura inquietudine dei suoi
mostri agita le sabbie di un deserto
ragionato di silenzi.
Sono le parole pensanti
che fanno la differenza.
(Nicola Vacca, “1996”).
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