Il trombettiere è la storia quasi vera di Giovanni Martini, trombettiere, che fu con Garibaldi e Custer, a Cuba e Nuova York, recita il sottotitolo, ma la cosa straordinaria è che David Riondino scrive in decime, strofe da dieci versi che ricordano l’ottava rima della Maremma toscana, la decima cubana e lo stile dei poeti repentisti come Alex Díaz Pimienta. Il lavoro è impreziosito dalla stupende tavole di Milo Manara, forse il miglior disegnatore italiano, noto per aver collaborato anche con Federico Fellini e Roberto Vecchioni.
“Bé, così gli ho detto: “Vuoi morire?” e lui ha detto: “ Sì”. Ha fatto un paio di battute e ha cercato di abbracciarmi. Avevo ancora in mano l'accetta, così l'ho colpito in fronte. E' caduto. Era morto. Ora dammi quei cento dollari. Devo andarmene da questo Paese”
“Sai cosa ti è successo, Phil? Al ti ha aggredito. Ha cercato di stuprarti. Hai perso la testa. Non ci hai visto più. Lo hai colpito. E' barcollato all'indietro ed è caduto dal tetto. Trovati un bravo avvocato, nel giro di due anni sei fuori” (W. B.).
“Look what's happening out in the streets
Got a revolution got to revolution
Hey I'm dancing down the streets
Got a revolutiongot to revolution
Ain't it amazing all the people I meet
Got a revolutiongot to revolution
One generation got old
One generation got soul
This generation got no destination to hold
Pick up the cry
Hey now it's time for you and me
Got a revolutiongot to revolution
Come on now we're marching to the sea
got a revolutiongot to revolution
Who will take it from you
We will and who are we
We are volunteers of america” (Jefferson Airplane – Volunteers)
L’epifania di Erry, il cognato frocio del protagonista, è stucchevole e merita di essere riportata: Certo. Le massicce placche squadrate dei pettorali, la “V” dei fianchi; ecco la macchia scura dei peli pubici, corti e ispidi, la sporgenza rosa-marrone dell’uccello. Roba da Emporio Armani o al massimo da esposizione fotografica di Bruce Weber. Risparmiandoci l’elasticone delle mutande Calvin Klein.
“Ma allora, se Alessandra non vuole essere una femmina perché volete farla essere una femmina per forza?” (pag. 23)
Torniamo a Fitzgerald quando ci accorgiamo che quel che aveva scritto novant'anni fa rimane vivo e vero, non soltanto pieno di stile e sentimento. Torniamo a Fitzgerald quando ci riconosciamo nella società che rappresenta, ferita da una profonda crisi economica e sconquassata da una sconcertante crisi di ideali e di principi. E torniamo a Fitzgerald per ricordarci che è possibile cadere e decadere con stile. Questa è la sua grande lezione. È in libreria da pochi giorni una piccola, intelligente e complementare antologia dei suoi scritti: Vivere con 36.000 dollari all'anno (Mattioli, euro 10, pagine 92) include quattro articoli scelti e tradotti da Cecilia Mutti.
Gli italoamericani non possono essere soltanto quelli eternati da Puzo e dal suo “Padrino”, malavitosi e vincolati a un primitivo sistema di valori, né possono andare esclusivamente ascritti alle fascinose saghe plurigenerazionali dei Bandini e dei Molise di John Fante (o dei Dante, adesso, grazie al figlio Dan).
“Un tempo visse un uomo di nome Martin Dressler; era figlio di un bottegaio e dal fondo delle sue origini modeste seppe scalare la vetta di una fortuna da sogno. Ciò accadeva verso la fine del secolo diciannovesimo, quando a ogni angolo di strada, in America, poteva capitare di imbattersi in comuni cittadini destinati a brevettare un nuovo tipo di tappo per bottiglia o un modello di lattina, a lanciare una catena di bazar, a vendere ascensori più efficienti e veloci o ad aprire l’ennesimo strabiliante magazzino dalle immense vetrine realizzabili grazie ai risultati ottenuti nella produzione di pannelli in vetro. Sebbene figlio di un bottegaio, anche Martin Dressler aveva in cuore un sogno e a lungo andare la fortuna gli concesse ciò che a
Chi non ha mai sognato di trasformarsi in un eroe dei romanzi, del cinema, del fumetto o dei cartoni animati? Chi non darebbe qualcosa per conoscerne uno, uscirci a cena, scambiare due chiacchiere, farci del sesso, contattarlo per farsi aiutare nei momenti del bisogno? E come li troveremmo questi eroi? Corrisponderebbero ai personaggi che abbiamo imparato ad amare o ci deluderebbero coi loro difetti, la loro antipatia, la loro superbia, la loro scarsa forza fisica e sessuale? E vorremmo davvero conoscerli o preferiremmo che rimanessero sempre nel cielo, con un costume addosso, una spada o una pistola fra le mani, all'interno di un robot a combattere contro il Male?
Invisibile come la verità che si nasconde tra le pieghe dei significati. Invisibile come il desiderio che distorce la percezione della realtà, confondendo i ricordi. Invisibile come la coscienza che domanda e tormenta e rimesta tra i pensieri senza tregua. Invisibile come il tempo che si consuma, spingendoci tra le braccia della morte. Invisibile come lo scrittore che scompare nella distanza che passa tra l'io e il lui delle sue pagine.
Auster sceglie l'ermetismo di un titolo che sa offrirsi quale chiave di lettura polivalente, in grado di sintetizzare l'essenza stessa del suo ultimo libro: un eccellente romanzo in quattro parti che ne confermano talento e ingegno.
“Sono orgoglioso delle bandiere americane appese su tutti i tendoni di West End Avenue. Maledetti arabi del cazzo. L'America attaccata. Incredibile. Una nuova epoca della storia. Vulnerabili sul nostro territorio. Lo vivo come un affronto personale. 'Tu puoi anche non mostrare alcun interesse per la storia' dice Trotsky 'ma prima o poi la storia si interesserà sicuramente a te” (Nissenson, “Rallegrati di queste cose al crepuscolo”, p. 138)
Cronache, note di viaggio e osservazioni: argomento, la vita degli States negli anni Cinquanta; protagonista e autore, il giornalista e scrittore Guido Piovene (1907-1974), all'epoca inviato del Corriere della Sera. Ventimila miglia al volante tra autunno 1951 e autunno 1952: cento articoli pubblicati, man mano, sul quotidiano, e poi rivisti e adattati per questo volume, originariamente apparso per Garzanti nel 1953.
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