Cento poesie dalla vecchia Germania socialista: cento poesie per ricordare e testimoniare la parabola di uno Stato, la DDR, che soffrì la brutale repressione di ogni richiesta di democrazia e di libertà, e fu acerbo protagonista d'una rivolta operaia contro il regime, ben prima dei fatti di Budapest e di Praga, soltanto una manciata d'anni dopo la Polonia. Cento poesie per ricordare un regime in cui a una punk di Berlino Est, Annette, bastava scrivere “in questo Stato solo il lavoro ci affranca dal grigiore del tempo libero” per ritrovarsi ospite delle galere della STASI per qualche mese. Cento poesie per non dimenticare un regime in cui – unico al mondo – il popolo cantava un inno muto, intonando solo la musica. Perchè?
Da autunno ad autunno in un pigro e goffo riappropriarsi di sé, in un progressivo distacco dalla morte per sopravviverle e sopravviversi. Yehoshua racconta di un borghese piccolo piccolo e ne tratteggia la quotidianità nelle infinite, minuscole azioni di rinascita dopo i sette lunghi anni fagocitati dal cancro al seno di una moglie, che era stata il suo dolce tiranno ben prima della malattia. Una donna severa, il cui sguardo impietoso crocifiggeva il mondo tutt'intorno, non risparmiando critiche. Una donna che finisce per diventare corpo mutilato innalzato sull'altare di quel letto ospedaliero, piazzato al centro della loro stanza matrimoniale.
“Ich habe fertig”, cioè “Io sono finito”, dichiarò Trapattoni al termine d'una memorabile conferenza stampa in Germania, qualche anno fa, guadagnandosi la simpatia di tutto il mondo: incazzato come una iena, aveva confuso il verbo “essere” con il verbo “avere”. Forse è una coincidenza o forse no, sta di fatto che il protagonista del libro di Brussig, scrittore tedesco classe 1964, moderatamente calciomane, ex grande tifoso della (scomparsa) Dinamo Berlino, si chiama proprio “Fertig” di cognome. Non c'è tifoso o appassionato di calcio nel mondo che al solo suono di quella parola non si ritrovi a ridere, ormai inconsciamente, istantaneamente.
“L'Europa centro-orientale non si lascia addomesticare. Busso da tempo alla sua porta, ma non me l'apre mai del tutto. Domani ho l'aereo per Berlino. Inizia il viaggio. Vediamo di colmare le lacune. Tuffarsi nell'89 e provare a stare a Est senza più la solita sensazione di inadeguatezza. Salire sulla macchina del tempo e poi catapultarsi fuori, nel presente. Ricucire, rammendare, dare profondità. Annusare l'odore della vecchia cortina e inquadrare il senso dell'Europa in cui vivo. Germania e Polonia, Slovacchia, Repubblica Ceca e Ungheria. Pellegrinare, seguire una rotta di redenzione, macinare chilometri, scavare, indagare, scoperchiare. Scoprire” (Tacconi, p. 7).
In coincidenza con i festeggiamenti di tutto il mondo per via del ventesimo anniversario della caduta del terribile e disumano Muro di Berlino (9 novembre 1989), pubblico, grazie alla sensibilità dell'Ufficio Stampa di Castelvecchi e Arcana, Angelo Bernacchia, un frammento di “C'era una volta il Muro” di Matteo Tacconi, giornalista (“Limes”, “Europa”) e scrittore (“Kosovo”, Castelvecchi 2008) perugino. Si tratta di un diario di viaggio nella Mitteleuropa ferita dai decenni di occupazione socialista sovietica. Nelle settimane a venire, pubblicheremo una recensione del libro. Intanto, salutiamo e festeggiamo la simbolica morte del comunismo con questo frammento.
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Mai accettare “passaggi” da sconosciuti…
Giacomo Marramao resta sicuramente il filosofo politico italiano più interessante per ricchezza di pensiero e sistematicità. Nonché per qualità di scrittura. Gli appartiene infatti una chiarezza di parola sconosciuta ad altri, pur illustri colleghi, come Massimo Cacciari e Carlo Galli.
Commedia brillante e intelligente come poche negli ultimi anni, "Good Bye Lenin!" del regista tedesco Wolfgang Beckern si inserisce in quel filone soprattutto anglosassone di commedie dal budget irrisorio (tanto per citarne un paio: "Full monty", "Billy Elliot"), dai pochi mezzi che uniscono però ottime idee, passione e umiltà, riuscendo a far riflettere lo spettatore grazie ai numerosi spunti degni d’attenzione.
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