“L'Europa centro-orientale non si lascia addomesticare. Busso da tempo alla sua porta, ma non me l'apre mai del tutto. Domani ho l'aereo per Berlino. Inizia il viaggio. Vediamo di colmare le lacune. Tuffarsi nell'89 e provare a stare a Est senza più la solita sensazione di inadeguatezza. Salire sulla macchina del tempo e poi catapultarsi fuori, nel presente. Ricucire, rammendare, dare profondità. Annusare l'odore della vecchia cortina e inquadrare il senso dell'Europa in cui vivo. Germania e Polonia, Slovacchia, Repubblica Ceca e Ungheria. Pellegrinare, seguire una rotta di redenzione, macinare chilometri, scavare, indagare, scoperchiare. Scoprire” (Tacconi, p. 7).
“'Omnia mea mecum fero': portarsi tutto, disfare la sera e rifare al mattino, è il rito nomadico che rende irreversibile il distacco da casa. Ma non puoi capirlo, se il viaggio dura un giorno solo” (Rumiz, “È Oriente”, p. 11)
Viviamo in un mondo che sta crollando, una generazione afflitta che l’arte non è ancora riuscita a rappresentare, che io non sono riuscito a rappresentare. Io sono l’ultimo membro di questa generazione. Ma finirà… e l’Impero finirà con lei. E altrettanto farò io. Il massimo che potrei sperare è di essere l’ultimo uomo di un’era e il primo di quella successiva. Ma non lo sono. Sta arrivando una nuova epoca e sarà la tua.”
Nelle pagine di Ara e di Magris, trascorsi ora più di vent’anni, troviamo una guida dallo smalto intatto, un osservatorio ancora generoso sullo spettacolo – misero, splendido – della letteratura di Trieste, e della sua storia. Abisso quella storia lo è per la sua letteratura, ma anche viceversa, l’una e l’altra essendo alfa e omega della stessa antinomia. Presumibilmente, qui è Magris che ne svela la consistenza: quando nell’ultimo capitolo, nello sforzo magnifico di ribadirne l’indicibilità, pure la dice «di carta».
È un inno eterno di dedizione a una donna morta, a una nazione, a una patria. La donna è Anna Pulitzer: una delle tre amiche cui Scipio Slataper ha inviato lettere d’amore – e di poesia, e filosofia – fra le più belle, senz’altro, della letteratura italiana, rinvenibili a tutt’oggi in Alle tre amiche, volume curato da Giani Stuparich, per la collana mondadoriana dello “Specchio”, risalente al troppo lontano 1958. Anna, affettuosamente battezzata Gioietta da Scipio, si è tolta la vita nel 1910, evento che rappresenta la causa scatenante della decisiva maturazione del poeta (e dell’uomo) Slataper, nonché della redazione del Mio Carso quale oggi noi lo conosciamo.
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