Giappone, primissimi anni Ottanta. Un grande letterato vicentino vive un'esperienza esistenziale e culturale incredibile, che sintetizzerà nelle pagine d'un reportage apparso a puntate sul «Corriere della Sera», quindi in volume per Mondadori nel 1982, infine in elegante, sobria e minimalista edizione Adelphi, 2008. Goffredo Parise è un viaggiatore umanissimo, ultrasensibile, pieno di premure e di comprensione per la diversità del popolo ospite. I suoi rilievi sulla vita, sulla letteratura, sulla visione di Dio e della natura, sull'educazione e sulla filosofia nipponica sono semplicemente lirici, e partecipati.
Racconto decadente dell’ascesa di Hitler
Henry Scott Stockes nella bellissima biografia Vita e morte di Yukio Mishima (Lindau) spiega come l’innato gusto decadente del grande scrittore giapponese si manifesta fin dagli anni dell’adolescenza e si sviluppa nei racconti giovanili, dove egli elaborerà il concetto di "teatro di omicidi”, un’elucubrazione fantastica che più tardi avrebbe descritto in Confessioni di una maschera. Anche nel suo lavoro teatrale Mishima unisce la penna e la spada per esaltare la sua più sfrenata fantasia estetizzante.
La morte tragica e sconvolgente di Yukio Mishima, lo scrittore giapponese attratto dalla conoscenza, dalla bellezza, dalla tradizione, dalla lealtà e dall’integrità morale, è un avvenimento che ancora oggi è oggetto di discussione, perché dietro le quinte del suo rituale spettacolare non c’è soltanto l’apoteosi del personaggio. Tra i motivi che hanno spinto Mishima a compiere nella spettacolarità il folle gesto, troviamo la difesa dei suoi ideali - che sono quelli di un popolo intero - minacciati dalla decadenza e dalla morte dello spirito.
Non ho genitori:cielo e terra sono i miei genitori (Bushido)
Non ho orecchie:le mie orecchie sono la sensibilità(Bushido)
Non ho potere divino: la mia lealtà è il mio potere (Bushidō) Perché mai un divino imperatore ha voluto farsi uomo?
““Stava viaggiando dal passato al futuro, trasportata senza una meta sul tempo infinito del mare.
O non stava forse compiendo un viaggio interminabile dalla terra della costanza a quella dell’impermanenza?” (pag.58)
Non ho né vita né morte. L’eterno è la mia vita e la mia morte(Bushidō)
“Il Panico non è un movimento, non è una filosofia, non è un’estetica, non è una definizione, non è un manifesto, non è un’arte, non è scienza, non è questo e non è nemmeno quest’altro” (pag.117)
GLI ULTIMI TRE ANNI DI UN LETTERATO PENITENTE
Davanti alla crepa del tempo. Uscendo dal suo studio per andare incontro all’epilogo della sua vita, per mezzo del suicidio rituale, (seppuku), Yukio Mishima lascia un biglietto con scritto “la vita umana è breve ma io vorrei vivere per sempre”.
Potrebbe sembrare una contraddizione per chi si appresta a sottoporsi ad una feroce opera di macelleria. Al contrario, quel commiato è il gesto perfetto al quale la vita e le opere di Mishima avrebbero necessariamente condotto.
“In quest’ultimo periodo ho cominciato a percepire in me un accumularsi multiforme assolutamente inesprimibile attraverso un genere artistico oggettivo qual è il romanzo, ma ormai non potrei più divenire un ventenne poeta lirico; e in ogni caso non lo sono mai stato”.
Mishima contamina così il bianco della prima pagina dando inizio, due anni prima del discusso suicidio attuato tramite il rito del seppuku, ad un libro per il quale egli stesso afferma di aver inventato una forma intermedia tra la confessione e la critica; un dominio sottilmente ambiguo definibile come “critica occulta”. Il dominio del crepuscolo, ai confini tra la notte della confessione ed il giorno della critica.
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