Non ricordo proprio dove avevo letto di “Vita agra di un anarchico” come del libro che meglio era riuscito a raccontare la vita di Luciano Bianciardi. Al di là di affermazioni con intenti promozionali, l’opera di Pino Corrias, che pare aver contribuito fin dalla sua prima edizione del 1993 alla progressiva riscoperta dell’autore grossetano, è un' autentica biografia con taglio giornalistico e quindi qualcosa di diverso rispetto gli interventi critici contenuti nei saggi di letteratura italiana.
Milano, fine anni Cinquanta. Per ripetuti flussi di coscienza e per serrati dialoghi, per sperimentali ombelicali angosce ed esistenziali e borghesi rimorsi, per bizzosi cambi di prospettiva e di punto di vista e incresciosi e velleitari sentimentalismi, Oreste Del Buono dava vita al suo quarto libro di narrativa: “Per pura ingratitudine” (Feltrinelli, 1961) andava assemblando, in tre atti, la contrastata vicenda d'un letterato fallito o giù di lì che viveva storie extraconiugali con una certa incresciosa intensità, e una certa dedizione. A cinquant'anni di distanza mi sembra che abbia perduto in freschezza, e in coraggio; quanto poteva pesare in una società bigotta, un libro come questo, noi non riusciamo neanche a immaginarlo. Peccato.
Questo è un romanzo di un ritorno. È il romanzo del ritorno a casa del soldato prigioniero di guerra: il ritorno di uno che aveva perduto la speranza, e s'era ingannato a dare coraggio agli altri, come poteva. Milano sembra un paese straniero: “case distrutte, muri sudici e neri per gli incendi” [p. 127], rovine a pochi passi da casa, alberi sradicati. La porta di casa, tanto attesa, è a un passo. L'interno della casa è intatto. La famiglia si raduna attorno al figlio ritornato. Lui si guarda allo specchio e si ritrova “una faccia ambigua: disorientata e goffa […]. Mi sembrava di avere polvere anche dentro gli occhi, ma doveva essere soltanto stanchezza” [p. 132]. Passano giorni, settimane. Il reduce rimane quanto più può a letto.
Un libriccino sepolto ormai nella polvere del tempo: bellissimo perché lucido nella sua sostanza ideologica e soprattutto perché essenziale.
Scrive l’autore nella prefazione: Queste pagine, svolgendo rapidi appunti, - stenografia di vicende e pensieri più che di spiegate parole -, furono scritte dal 18 al 25 settembre del 1943.
Dunque giorni terribili per il nostro paese, dove la poca preparazione per l’improvviso armistizio e lo smarrimento, soprattutto dei militari, aumentò vertiginosamente la paura del domani.
Nella sciagura di un paese costretto a un armistizio disperato, di un popolo che non poteva più né fare la guerra né fare la pace, è possibile ancora cantare?
“Dove abitiamo c’è poco, c’è sempre stato poco. Ci avevano promesso che col tempo le cose sarebbero cambiate, che questo era solo l’inizio, che in seguito avrebbero fatto scuole, biblioteche, prati curati e recintati, un cinema. Persino un cinema, ci avevano detto. Sono anni che abitiamo qui e quello che c’è è quello che c’è sempre stato: cemento, tanto cemento, un supermercato e un campo da basket, che poi a basket non ci gioca nessuno, a parte gli indigeni e solo di domenica.” (pag.8)
Se anche voi non sopportate i maltrattamenti sugli animali, la vivisezione, i soprusi gratuiti, e siete animalisti non solo con le parole, il nuovo libro di Deborah Gambetta, È tutto a posto, è una lettura che non potete tralasciare.
E non soltanto per la trama ben congegnata, ma soprattutto per l’argomento trattato e per l’importante messaggio che questo romanzo porta con sé. Senza retorica, ma soprattutto senza mezze misure e con una scrittura serrata e avvincente, l’ultimo libro della collana Noir di Ecomafia di Verdenero (in libreria dal 16 marzo) riesce a catapultare il lettore in un mondo violento, sanguinario e senza scrupoli.
È appena uscito in libreria Milano Criminale - Il romanzo, la storia di un’epoca e di una città che evoca le canzoni della mala di Ornella Vanoni, il poliziottesco di Castellari e Steno, il Tomas Milian visto in Milano odia: la polizia non può sparare di Umberto Lenzi, il Luc Merenda sopra le righe di Milano trema: la polizia vuole giustizia di Sergio Martino e pure le atmosfere di Milano violenta girato da Mario Caiano, interpreti Claudio Cassinelli e Vittorio Mezzogiorno. Il romanzo racconta la grande epopea criminale degli anni Sessanta e Settanta, rievoca le atmosfere noir e i leggendari protagonisti di una Milano che ispirava registi e scrittori, ma che è esistita davvero.
La prima scintilla della ribellione giusta a una società ipocrita, conservatrice e bacchettona apparve in un contesto conforme e classista. Quarantacinque anni fa, tra febbraio e marzo 1966, il Sessantotto vagiva a Milano, nel Liceo Parini. Il liceo più severo e borghese d'Italia, tolti pochi figli del popolo che venivano da Brera. Il liceo della tradizione: quello in cui i figli si sedevano nei banchi in cui s'erano seduti i padri. Il liceo dell'imprint orgoglioso: “pariniano” una volta, “pariniano” per tutta la vita.
"Semper Biot" è un disco di una bellezza tribale, distruttiva, un pugno in faccia che ti sbatte a terra e ti prende a calci fin dalla prima nota. Un disco "a nudo" di un uomo, Edda - Stefano Rampoldi, la ex-voce dei Ritmo Tribale, gruppo fondamentale del rock italiano, che è tornato dopo anni di vagabondaggi, tossicodipendenza, abbandoni, con un lavoro da muratore e sbaraglia tutta la concorrenza, i manierismi, le mode, gli stili, le sovraproduzioni, la delicatezza, il bisogno di vendere una copia in più.
“Si spostano a migliaia/ di mattina verso il centro/ oppure verso zone/ periferiche industriali, gambe,/ sguardi, indifferenze e passi. Se anche solo/ uno di loro muovesse in senso/ contrario, risulterebbe indifeso, sgraziato, da poco. Nell’opera/ dei decenni che hanno creato le masse/ sembrerebbe fuori posto, alienato/ unico”.
Per Giorgio Manganelli la divagazione è l'anima stessa della Letteratura, anzi, il suo errare linguistico alla ricerca di una retorica perfetta deve necessariamente tendere all'unica letteratura possibile. Quale letteratura? Per chi ha letto "La letteratura come menzogna" (Adelphi, 1967) la risposta è chiara: una letteratura consapevole della propria malafede, un'arte che si nutra della sua stessa affermazione di finzione, che ben poco abbia a che fare col concetto di realismo. La polemica Manganelli-Moravia si fa meno inquietante e decisamente limpida.
“Viva la grande città, viva Milano con tutto il suo smog il traffico l'indifferenza. Non che tutto questo mi piaccia ma se l'alternativa deve essere il suo paesello con la sua boccata d'aria e di tranquillità preferisco starmene qui. Magari da sola. A Pasqua. Ma poi quale boccata d'aria! Lì ha la sua Poucet, Lui. Figlio di buona donna, chi l'avrebbe mai immaginato? E pensare che l'ho perfino preso in giro per la sua fedeltà” (Paolini, “La gatta”, p. 152).
"La mia generazione" – è l'esordio di Ugo Intini – "è cresciuta così. Prima sotto le bombe, nell'Italia della guerra mondiale; poi in mezzo alla guerra civile; poi nell'Italia della ricostruzione". Questi tre periodi Intini li racconta via flash di memoria, perché "il flash della memoria fotografa il particolare, certo, non l'insieme: ma un particolare legato alla propria esperienza personale, del quale perciò si può essere assolutamente sicuri". La storiografia, invece, quando per ragioni ideologiche, quando per rispetto dell'egemonia dominante, tende a deformare e cancellare i particolari (p. 11). Periodicamente. Ecco spiegata la voglia di raccontare il proprio passato senza vestire i panni dello storico. Intini preferisce essere un vecchio bambino.
Storia di x, trentotto anni, alias Nicolò Maineri, trentaquattro anni. Nelle prime battute sta in aereo, a fianco del suo amico giudice. Il giudice è uno che ha bisogno di un'iniezione di morfina ogni otto ore. Nicolò sente mancanza di sua figlia, Ginevra, cresciuta e allevata dalla mamma. Manca poco a Caracas. A Caracas c'è un altro che ha cambiato nome, adesso è Ricardo. Prima era un brigatista rosso, e prima ancora un antico compagno – in tutti i sensi – di Nicolò. Adesso è uno da giustiziare. Come tutto il passato di quella generazione, che si sente fallita e si vuole autodistruggere. Ma non ne ha il coraggio, a ben guardare.
“Come si fa a essere così poco seri, alla tua età?” “La mia età? È un'età come un'altra” (Eppure preferirei averne un'altra. Per esempio venti anni. E una volta li avevo! Ma non lo sapevo. Al fronte ho avuto sempre per compagni d'arme ragazzi dai diciotto ai ventidue anni, e mi pareva una grande ingiustizia. Vagheggiavo un mondo che fosse come un gran tribunale, e sopra la testa del Presidente stesse scritto: 'L'età è uguale per tutti'. E che fosse vero, questa volta. Ma Annie Vivanti un giorno m'ha insegnato un segreto: 'Mettetevi davanti allo specchio, guardatevi, e dite forte: 'Pensare che ho dieci anni meno che tra dieci anni!'”) (Bontempelli, “La vita intensa”, pp. 12-13)
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