Un insolito dialogo fa da prologo. Due sconosciuti, invitati da un amico comune, si trovano a parlare di un’affascinante ipotesi: se qualcuno venisse a morire di cause naturali in casa tua, chiameresti un dottore? E se sì, sai che saresti il primo indagato per un ipotetico omicidio? Baptiste non comprende perché questo tizio gli stia facendo un discorso così assurdo. Caso vuole che proprio il giorno seguente, un tale suoni alla sua porta e gli chieda di poter fare una telefonata. Baptiste gentilmente accetta e poco dopo che lo sconosciuto ha formulato il numero, questi muore, accasciandosi sul pavimento. Si tratta di uno spiacevole caso del destino o di un’occasione per fuggire e ricominciare daccapo un’intera esistenza?
Riflettere sul rapporto tra corpo tecnologico e sostrato emozionale, sull’incontro tra strumento e la sua espressione, vuol dire automaticamente riflettere sul cinema.
Se è vero che lo specifico cinematografico si compone delle due istanze - luce ed emozioni, linguaggio e visione, macchina e storia - allora un’analisi della dialettica tra queste due variabili, entrambe causa ed effetto del “fare film”, non può essere che cortocircuito autoreferenziale, metadiscorso sull’essenza del cinema. Un film che “parla” di tecnologia e sentimenti racconta anche di sé, definisce una categoria espressiva, apre considerazioni sul senso e sulle sue finalità.
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