Primo romanzo del padovano Matteo Strukul, “La ballata di Mila” [e/o, 2011] è una divertente trasfigurazione pop del drammatico scontro in atto tra malavita autoctona e malavita cinese, nel Nordest, una tarantiniana vicenda di femminina vendetta e un buon esempio di narrativa d'azione, in generale. Andiamo a farci quattro chiacchiere con Matteo. È questo signore qua.
“Primordial Soup” [“Uomini da mangiare”: Meridiano Zero, 2003; 2011] è il bizzarro romanzo di formazione della stravagante e poliedrica Christine Leunens, di sangue italiano e fiammingo, nata e cresciuta negli States, passata per la Piccardia e in questo periodo finita dalle parti della Nuova Zelanda.
Immaginatevi per un attimo la situazione in cui un vostro ex compagno di studi con il quale avete condiviso lezioni, avventure sentimentali, concerti, magari anche un gruppo musicale si trasformi nel terrorista numero 1 al mondo ed immaginatevi anche di diventare voi stessi uno degli obiettivi del terrorista. Immaginatevi anche di trovarvi invischiato in una storia malatissima per cercare di fermarlo. Come vi sentireste se tutto ciò accadesse? Immaginate anche di essere una persona normale, con una famiglia, un figlio e di trovarvi sequestrato e di rischiare la morte. Riuscite a farlo?
La Yellow Medicine è una contea situata nella parte meridionale dello stato del Minnesota, uno di quei luoghi che non dice niente alla stragrande maggioranza della gente. Qualcuno che avrà seguito le vicende de “La casa della prateria” si ricorderà forse che la famiglia Ingalls viveva proprio nel Minnesota, per la precisione nel villaggio di Walnut Grove, per qualche amante della storia dei conflitti indiani, leggere Minnesota potrà ricordare la ribellione scoppiata nel 1962 dei Sioux Santee conclusasi con 38 impiccagioni di indiani, per gli amanti degli sport americani, qualcosa di football e basket, per il resto credo che sarà il vuoto più completo.
“Un giorno mi ringrazierai, Alaska. Guarda in che squallore vivi oggi, con le tue cabine marcite, le tue zanzare e il fango dappertutto. La natura tortura ogni giorno gli incolpevoli alaskani, che finora hanno sopportato in silenzio. Ma tu meriti di meglio, alaskano. Un giorno ti alzerai e andrai al lavoro in moderni, luminosi centri di telemarketing, e non nei tuoi squallidi e pericolosi battelli da pesca. Un giorno morirai in chiari, limpidi incidenti stradali e non in foreste sporche e buie come questa” [Hansen, “Missione in Alaska”, p. 114].
Prendete una cittadina dispersa nel deserto di uno stato degli Stati Uniti come l’Oklahoma dove furono confinate le Cinque Tribù Civilizzate e migliaia di altri nativi americani, che visse nel 1893 quella grande corsa alla terra che in pratica chiuse l’epoca del Far West (celebrata dal romanzo di Edna Ferber e dall'omonimo film “Cimarron” e successivamente nella pellicola “Cuori ribelli”), la stessa Oklahoma che fu poi scenario della fuga della famiglia Joad nel romanzo “Furore” di John Steinbeck e poi buttateci dentro Quentin Tarantino, Jim Thompson, Joe R.
Irriverente, assurdo e tragicomico, Il vangelo della scimmia (Meridiano Zero, 160 pp., euro 13), originariamente apparso in Inghilterra nel 1986, è una satira distopica scritta dal londinese Christopher Wilson. È una feroce allegoria della mediocrità, della medietà e della stupidità del conservatorismo, e di quanto rocambolesca e rivoluzionaria possa essere l'epifania di una scimmia tra gli uomini, quando gli uomini si sono arroccati in un fortino fatto di leggi incontrovertibili e indiscutibili, classi immutabili, religioni xenofobe e punizioni violente previste e applicate per chiunque mediti una ribellione: o un semplice cambiamento dello stato delle cose.
Derek Raymond scriveva noir perché il noir era la sua missione sociale: perché il noir era speculare alla sua esistenza. Scriveva noir perché aveva rifiutato di essere ciò che era, un borghese, un borghese figlio dell'alta borghesia britannica; e voleva raccontare tutto quel che non andava nella nostra società, nella società occidentale, animando e plasmando le sue storie. Scriveva noir per capire che cosa significa essere umani, e che cosa sia l'umanità. Scriveva noir perché aveva saputo diventare un bandito, e vivere vicino ai criminali.
"Non ci vedo nessuna fortuna nell'essere morti." (Derek Raymond)
Florida. Durante una crociera la bella Joey vive l'incubo di qualsiasi moglie milionaria sposata con un mascalzone. Mentre la donna ed il marito Chaz passeggiano al chiaro di luna sul ponte della Sun Duchess, lui la scaraventa fuori bordo lasciandola in balia dell'oceano. Aggrappata ad una balla di marijuana da venti chili, con tutta la forza della disperazione, Joey riesce a salvarsi grazie anche all'aiuto di Mick Stranahan, ex detective che vive da eremita su un piccolo atollo a largo di Boca Raton. Dopo un lungo e doloroso momento di sbigottimento in Joey monta la rabbia della donna furiosa e confusa.
Il Texas è uno degli stati simbolo degli Stati Uniti, quello di Stephen Austin (uno dei colonizzatori della regione), dei Rangers, di Alamo, dei Comanche, dell'omicidio a Dallas del presidente Kennedy ed infine della dinastia Bush, uno Stato sempre indomito, che fu repubblica dal 1836 al 1845, che durante la guerra di Secessione fu uno dei più accaniti sostenitori della Confederazione e che fu reintegrato nell'Unione solo nel 1870, de «Il petroliere» di Paul Thomas Anderson, lo Stato, simbolo del West, dove soffia incessante il vento.
«Forse è colpa del vento.
-Il vento?
-Sì, questo maledetto vento del Texas. Non smette mai di soffiare.
"Keith, che definizione daresti del rock?" "Me".
Fotografia di Keith Richards. Scatta Massimo Del Papa: "Ferino, belluino, con quei capelli arruffati, a nido d'aquila, rivoli d'inchiostro sulla faccia scavata, il labbro inferiore sporgente in un ghigno perennemente incazzato. E le mani, dure, nodose anche quelle, mani di uno che va per le spicce, mani da strette violente. Mani da killer. Bello no, brutto sì, ma di un brutto attraente, carismatico. Uno di quelli di cui si dice: se non fosse diventato quello che è, sarebbe finito male" (pp. 9-10).
Sì, esiste qualcosa di diverso dalla narrativa di genere: nella nuova ondata di letteratura italiana si riconoscono tutta una serie di formidabili, giovani identità autoriali caratterizzate da un aspetto principe; questo aspetto è l'incompatibilità. Incompatibilità rispetto alle ideologie passate e presenti, incompatibilità rispetto ai manifesti e ai dogmi, incompatibilità rispetto – spesso – alla tradizione letteraria nazionale, quasi mai accettata come punto di riferimento primo e incontrovertibile; sembrano più inglesi o americani, per stile, reminiscenze e dignità autoriale.
Leggendario redattore – ed editor – di una rivista di recensioni e critiche dei videogames come “Zzap!”, indistruttibile totem (per le stroncature, e non solo) della mia generazione, cresciuta (bene) leggendo ogni mese la sua edizione italiana e quindi la sua gemella (per l'Amiga) “K”, Gordon Houghton è diventato romanziere. Ce ne accorgiamo, con una discreta dozzina d'anni di differita, grazie alla traduzione del suo secondo romanzo, “L'apprendista”, pubblicato da Meridiano Zero nel 2010.
Meridiano Zero pubblica un nuovo piccolo tesoro, sin qua segreto e famigliare, della Grande Guerra. Si tratta di un insolito carteggio d'amore, esteso per tre anni, composto da circa 500 lettere: 270 – qualcuna in più della metà – spedite dalla moglie al marito. La novità è proprio questa; sin qua, abbiamo avuto la fortuna di poter archiviare molte lettere scritte dai soldati, quasi mai le risposte scritte dai famigliari. Colpa, come scrive il curatore Havis Marchetto nella prefazione, di varie cause: dai blocchi della censura alla mancata consegna, dallo smarrimento durante le marce alla morte del povero soldato. “Un uomo, una donna” (pp.
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