Dopo 70 anni il soldato inglese, Denis Avey, decide di raccontare, insieme al giornalista della BBC Robert Broomby, la sua storia di guerra. Prende così via un lungo racconto che ci porterà a rivivere una lunga parte della storia dell'ultima guerra mondiale. Chi parla è Denis Avey, oggi novantatreenne, un soldato che si autodefinisce fin dall'inizio una persona ribelle e determinata. La sua storia inizia il 22 gennaio del 2010, giorno dell'assegnazione dell'onorificenza 'Eroi dell'Olocausto', da parte del premier inglese dell'epoca Gordon Brown. Denis Avey era stato incluso tra i ventisette inglesi che si potevano fregiare di quella medaglia d'argento 'per i servigi resi all'umanità'.
"Sono nato trentadue anni fa in una famiglia quanto mai disordinata. Ci si sposava e divorziava con incredibile vivacità”. Con queste premesse, l’autore de Il Sabba, romanzo autobiografico da poco uscito da Adelphi, non poteva aspirare a una vita regolare e piccolo borghese – quando ciò accade, di solito il contrappasso indizia un’infelicità rattenuta, nascosta e difesa con i denti.
Ha scritto Borges da qualche parte – chiedo scusa per l’approssimazione, cito a memoria – che l’Argentina è sempre stato un paese con una sproporzionata idea di sé, perciò stesso fatalmente votato al sublime e alla retorica. Corollario aggiuntivo: incline a vivere al di sopra dei suoi mezzi reali.
Quando, due anni e mezzo fa, morì il vecchio Mario Rigoni Stern, il suo amico e sodale Ferdinando Camon commentò, su “Repubblica”: “Era uno scrittore grandissimo. Aveva la grandezza che hanno i solitari. Quando sono stato presidente del Pen Club italiano è stato il primo italiano che ho candidato al Nobel: era uno scrittore classico, dalla visione lucida e dalla scrittura semplice ma potente; aveva carisma anche come uomo. Aveva un carattere buono e mite. Se ne fregava dei convegni e delle società letterarie”.
Derek Raymond scriveva noir perché il noir era la sua missione sociale: perché il noir era speculare alla sua esistenza. Scriveva noir perché aveva rifiutato di essere ciò che era, un borghese, un borghese figlio dell'alta borghesia britannica; e voleva raccontare tutto quel che non andava nella nostra società, nella società occidentale, animando e plasmando le sue storie. Scriveva noir per capire che cosa significa essere umani, e che cosa sia l'umanità. Scriveva noir perché aveva saputo diventare un bandito, e vivere vicino ai criminali.
«Se il mondo in cui siamo vissuti era centrato sulla repressione politica, quello di oggi si basa sulla repressione economica. Sono due facce della stessa medaglia. Entrambe ci controllano e ci riducono in sudditanza; cercano di trasformarci in schiavi e macchine che reagiscono a ordini prestabiliti. Entrambe ci lavano il cervello in maniera altrettanto perfida e ci alienano con altrettanta efficacia […]. I nostri compromessi di oggi sono identici a quelli che facevamo in passato».
Scrive Maria Teresa Carbone, curatrice della nuova edizione del necessario e terribile romanzo autobiografico dell'artista sudafricano Breyten Breytenbach: “Sono passati poco più di vent'anni da quando 'Le veritiere confessioni di un africano albino', uscite originariamente in Olanda nel 1984, sono state pubblicate per la prima volta in IT. Era la primavera del 1989. […]. Pochi allora immaginavano che di lì a qualche mese il mondo, così come ci eravamo abituati a concepirlo, immutabile, avrebbe subito una trasformazione radicale. E con il mondo, molto presto, il Sudafrica.
Il fantasma di Francis Scott Fitzgerald infesta questo romanzo. È lo spettro della decadenza economica, sociale e politica d'una generazione, e d'una nazione, che non credevano di poter ritrovarsi a camminare sull'orlo del baratro con tanta facilità, e tanta impotenza. Chi scriveva questa storia leggeva Fitzgerald nel momento giusto; forse inconsciamente, o forse con un pizzico di malizia. Stiano come stiano le cose, in ogni caso questo è un libro che fa male, fa piangere di rabbia e di tristezza, fa sperare in qualcosa di diverso – nel popolo che torna a camminare per le strade, rivendicando giustizia, dignità, lavoro e diritti.
“In piedi e seduti” [1948] è un memoir concentrato sul periodo più delicato, controverso e doloroso del nostro Novecento italiano: 1919-1943. Quello dell'Italia “proletaria”, figlia di Vittorio Veneto, “in piedi” per volontà e comando del suo inatteso leader ultrasocialista romagnolo; e quello dell'Italia sconfitta, fuggiasca e a un passo dalla Guerra Civile, improvvisamente e totalmente seduta. Seduta e impegnata a leccarsi le ferite, e a spararsi addosso, e poi a ricostruirsi.
L'ultimo libro di Renzo Rosso, “Un passato intenso. 36 anni in RAI” (Azimut, 2007) è un memoir fragile e semplice, scritto da un artista ormai ottantenne ma ancora lucido: abbastanza lucido da ricordare tutta una serie di episodi, e di persone, importanti nella sua vita e nella vita culturale e politica della nazione. Lettura sicuramente importante per studiosi e aficionado, giuliani e non.
Undicesimo libro di un outsider, montanaro dal cuore onesto, buono (buono davvero), tenero e semplice, uomo che parla alla montagna, come un mistico, l'atipico Mario Martinelli, “Dalla vita di un jobrero” (giugno 2008) è il suo primo memoir. È la storia d'uno stile di vita montanaro e spartano (meglio: monastico), dopo vent'anni di vita cittadina caotica e sregolata. È la storia di uno che decide, dopo aver letto Mauro Corona, che non c'è niente di meglio da fare che eliminare il superfluo dalla propria vita. È la storia di uno che quando dà la parola la mantiene, da vero jobrero.
Un libro non si giudica dalla copertina, né dal numero delle pagine, ma a voler essere onesti entrambe le cose incidono non poco quando si sceglie un titolo tra i tanti e, probabilmente, lo sa bene la Elliot che con la Knize, autrice di “Piano solo”, non ha trascurato nulla, giacché a lettura faticosamente ultimata, capisco quanto abbiano influito su di me il bianco e nero dei tasti in primissimo piano, nonché il sottotitolo: “Una storia d'amore e di musica”.
“Una volta ho amato un uomo così tanto da annichilirmi: ero tutta Lui e niente Me. Ora mi amo quel tanto che basta perchè non esista alcun uomo: sono tutta Me e niente Loro. Una volta loro erano tutti Dio e io ero un parto della mia fantasia, ora sono gli uomini a essere un parto della mia fantasia. Lo stesso gioco, ma in posizioni diverse. Non conosco altri modi di giocare. Qualcuno deve stare sopra, qualcuno sotto. Stare fianco a fianco è una noia (…). Il mio passaggio non è stato da sotto a sopra, ma da sotto a sotto: dalla mia dolorosa sottomissione emotiva alla mia beata sottomissione sessuale. Questa è la storia del mio cambiamento e del prezzo che ho pagato. Molto caro” (Tony Bentley, incipit di “The Surrender”).
“Se Trieste avesse seguito, alla fine di questa guerra, la sorte di tutte le altre città italiane, forse questi miei 'ricordi' non sarebbero nati. Ma, mentre i nostri fratelli d'Italia poterono, negli ultimi giorni d'aprile del 1945, sentire che finiva veramente per loro un funesto periodo e se ne apriva uno nuovo, anche se duro, per la rinascita, noi triestini vedemmo rispondere al nostro anelito di libertà prima coi quarantacinque giorni dell'occupazione jugoslava, poi con quella anglo-americana, infine col dono beffardo del Territorio Libero e la mutilazione dell'Istria.
Mark Oliver Everett, leader degli Eels, esordisce in narrativa con questo drammatico memoir: la storia della sua tragicomica, sfortunata e magnifica vita. “Ho vissuto momenti molto brutti e momenti molto belli, ma le cose potevano anche andarmi peggio, considerato che non avevo né una mappa con le direzioni né un briciolo di autostima” (p. 12), confessa. Ha capito una cosa: non va matto per le tragedie. Ne ha capita un'altra: dopo i momenti più brutti sono arrivati quelli più belli. E sa che comunque la vita è “imprevedibile bellezza e strane sorprese” (p. 14).
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