Operazioni come quelle della Decca e del suo cofanetto "Original Masters" non sempre permettono di farsi un'idea compiuta delle qualità, o dei difetti, dell'artista dedicatario del CD: la selezione non è ragionata ma è semplicemente presa pari pari dall’archivio della casa discografica e quindi risulta non più di una legittima ed a volte apprezzabile operazione commerciale. Rappresentano semmai delle eccellenti occasioni per rimpinguare la propria discoteca con un prodotto a basso prezzo, sufficientemente ricco di notazioni e nemmeno disprezzabile quanto a confezione.
Il “potente cacciatore di uccelli selvatici, libretti d’opera e belle donne”, come si definiva lo stesso Puccini, il più celebre compositore italiano dopo Verdi, nelle pagine di Helmut Krausser viene rappresentato non semplicemente come geniale, cinico ed impenitente donnaiolo.Puccini donnaiolo e perennemente infedele lo era davvero, ma quello che emerge dall’opera di Krausser è la storia di un uomo che, idolatrato per le sue doti artistiche, da buon cacciatore, pur non lasciandosi sfuggire generose prede femminili (spesso loro stesse cacciatrici), rivelava poi inaspettate fragilità, un animo malinconico, oscillante tra momenti di divertita vita bohemienne – con i suoi amici di Torre del Lago sembrava anticipare le zingar
All’inizio del secolo scorso il mondo dell’opera è scosso quando, inaspettatamente, il grande cantante Joachim Dallayrac (Josè Van Dam) annuncia il suo ritiro dalle scene. Il suo impegno d’ora in poi sarà dedicato all’insegnamento, coadiuvato da Estelle sua partner pianista: inizialmente sua unica allieva è Sophie (Anne Roussel) giovane figlia di un amico, musicalmente dotata, fisicamente molto appetibile ed innamorata di lui.
Probabile che il nome dell’americana Anna Moffo non risulterà del tutto sconosciuto: non soltanto una celebre soprano, ma, grazie ad una presenza fisica che non passava inosservata, fu attrice cinematografica ed inquieta protagonista delle cronache rosa.
Meglio però fare un passo indietro e dare qualche dritta biografica e soprattutto artistica.
Non vi saprei dire se la causa siano stati i troppi omogeneizzati agli estrogeni e/o la carenza di insegnanti di canto competenti; tant'è che nell'attuale panorama lirico la carenza di autentici bassi profondi, surrogati al più da baritoni corti, è un dato assodato; e chi, vuoi per passione, vuoi per mera curiosità, volesse ascoltare un'autentica voce grave, piena e sonora fino al mi sotto il rigo, troverà molto più materiale (e qualità) andando indietro nel tempo, affidandosi a registrazioni storiche come questa della G.O.P. dedicata ad Alexander Kipnis.
Nato a Zitomir (Ucraina) nel 1891, Kipnis iniziò a cantare a dodici anni nel coro di voci bianche del paese natale.
Immagino vi sarà capitato di sentire di una fantomatica “epoca d’oro della lirica”.
Al di là dell’uso strumentale e commerciale che viene fatto di queste espressioni, non è poi così campato in aria parlare di un periodo splendente e – forse - irripetibile, visto che al tempo furoreggiavano cantanti come Lauritz Melchior, di cui gli attuali interpreti non hanno proprio nulla da invidiare quanto a preparazione musicale e tecnica, ma spesso molto sotto l’aspetto propriamente vocale.
Il nostro (Copenhagen 1890 – Los Angeles 1973), “tromba d’argento”, intraprese la carriera canora inizialmente come baritono dal 1913 al 1917 (debutto ufficiale come Silvio ne “I pagliacci”) presso l’Opera di Stato Danese.
E' sempre complicato scrivere qualcosa di coerente e non ripetitivo quando si ha sottomano un Cd come "Song & Arias", con un protagonista d'eccezione come il grande tenore Franco Corelli: alle lodi per l'interprete, quasi sempre inevitabili, si aggiungono, anch'esse frequenti, le perplessità per l'operazione l'editoriale in quanto tale.
In parte il concetto è lo stesso di quando qualche (sano) purista ha mostrato pollice verso al trio di Caracalla e relative propaggini canzonettistiche: un qualcosa che di operistico ormai non aveva nulla e dispensava soltanto cattivo gusto a buon mercato.
Chiariamo: i grandi tenori, e non solo loro, hanno sempre interpretato canzoni pop, napoletane, chi bene, chi meno bene; e su questo nulla
La Turandot, frutto di un progetto talmente ambizioso che forse frenò lo stesso impeto compositivo di Puccini, proprio in virtù di questa sua complessità, più di altre è stata definita opera ricca di molteplici possibilità espressive.
Per il romantico scrittore Richard Harland, Ellen aveva lasciato Russell Quinton: un brillante avvocato, certo, e per di più destinato a imminenti successi in politica, che però la trascurava a vantaggio della carriera. Nell’ingenuità un po’ impacciata di Richard, Ellen aveva intravisto la garanzia di un sentimento più vero, le condizioni per uno scambio sincero di calore e d’affetto. Essendole appena mancato il padre, era ciò di cui lei aveva bisogno. In cambio, a Richard avrebbe offerto le sue attenzioni e le sue cure. Come un giorno, a tavola, gli aveva promesso con disarmante candore, Ellen era pronta a sacrificare tutta se stessa: «Non ci sarà nessuna governante. Voglio badare solo io a te.
Tradimenti, agnizioni, vendette, rapimenti, assassinii, lo sappiamo bene, sono gli ingredienti più tipici del teatro romantico; almeno nel sentire comune.
A questo schema apparentemente non si sottrae neppure il Simon Boccanegra, tratto, come il più noto Trovatore, da un dramma di Antonio Garcia Gutierrez; ma il nostro Giuseppe Verdi negli anni cinquanta del XIX secolo (la prima edizione del Simone è del 1857) era tutto preso da uno spirito di sperimentatore e di conseguenza l'articolazione tradizionale del melodramma italiano (un soprano ed un tenore che si amano, un baritono antagonista, spesso cattivo o geloso, ed un basso quale figura paterna) probabilmente non la sentiva più adeguata al suo estro compositivo.
La Tosca ovvero la difficoltà di recensire un film opera, ibrido di incerta definizione: necessiterebbero più che mai solide competenze musicali, non solo cinematografiche, ed apertura mentale; cosa che quasi mai accade.
L’estetica di un cinefilo, soprattutto se digiuno di musica, in genere ha poco a che spartire con la sensibilità propria di un melomane un niente niente tradizionalista (penso agli inverecondi articoli di un Carabba).
Il metro di giudizio di chi ha familiarità col melodramma, incentrato sull’aspetto musicale, meno sulla credibilità fisica dei protagonisti, sulle rigidità forse inevitabili dell’azione scenica, tende a divergere da quella che può essere l’analisi di un critico cinematografico.
Melodramma piccolo borghese, intriso di una (pseudo) mistica da sartine, “Il miracolo” di Edoardo Winspeare, film in concorso alla Mostra di Venezia, è il terzo lungometraggio del giovane regista salentino di sangue scozzese.
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