Incontriamo el Luis, il Luigi Balocchi autore dell’appena edito “Il diavolo custode” (Meridiano Zero, 2007). Per prima cosa, in considerazione della recensione appena pubblicata (qui), domando al Balocchi di evidenziare tutto quel che ha trovato sbagliato nel mio articolo: ti domando di bastonare eventuali fraintendimenti, di correggere errori e inesattezze, di integrare omissioni e lacune. Subito dopo cominciamo col fuoco delle domande.
È come ascoltare una ballata tra gli yegg raccontati dallo scrittore ladro e vagabondo Jack Black, padre di un genere; è come restituire alla letteratura italiana il respiro del romanzo picaresco; è alfabetizzare i contemporanei, insegnando dinamiche, nomi e interazioni dei banditi anarchici (non degli anarchici banditi) del primo Novecento, restituendo memoria a città e territori cambiati, giocando con le rime e le assonanze per tessere una filastrocca romanzata.
“Voi pensate che la mia causa dovrebbe essere almeno la «buona causa»? Macché buono e cattivo! Io stesso sono la mia causa, e io non sono né buono né cattivo. L’una e l’altra cosa non hanno per me senso alcuno.
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