“Io giovane ragazzo della destra ho soggiogato completamente gli occhi altrui, io giovane della destra ho anche il diritto di infliggere qualsiasi crudeltà agli esseri più deboli, e ancora io giovane della destra sono il figlio di Sua Maestà l’Imperatore” (pag.60).
Petronismi
“L’idea,a tratti, / che conti quello che / è già stato, il resto / dei tempi, l’ordine / più apparente che…/ il risultato: /arrendersi alle cose /come sono /al loro inerte moto, per / reggerne e coprirne, / almeno il vuoto” (pp. 79-80, “Piccola colazione”)
“Se guarisco…io/ riattraverso il già fatto / e il già veduto / l’incommensurabile / che ho conosciuto” (p. 47, “La gioia e il lutto”)
“e guardo lassù in alto… / ma forse anche il cielo / è fatto stanze / e non si può abitarne / più di una” (p. 64, “Le stanze del cielo”)
Un’amica via e-mail mi aveva consigliato di prendermi il libro di Giacomo…mi aveva detto che era molto bello, e che aveva anche scritto all’autore per fargli i complimenti.
De profundis – Anamnèsi di un’anima
L’EQUILIBRIO DEL DOLORE
Quello che più mi è sembrato evidente nel testo è l’uso poetico di vocaboli quotidiani che mi ha rimandato a Montale. Il libro si snoda a guisa di racconto di apparente e facile lettura per rimandare invece a polisemie più complesse, non tortuose né volutamente oscure ma illuminanti quando si vogliano cogliere i significati più profondi del nostro breve esistere.
L’andamento poetico conosce sia la dimensione diacronica del tempo che la sincronia di immagini. Esse si staccano sole, nitide, icastiche, comunicanti, lapidarie e determinano la poesia vera distinguendola da quella dei “poeti bianchi”.
"Ci sono molte cose nella mia vita che non avrei mai pensato di fare e che invece, alla fine, ho fatto. Ci sono stato quasi sempre, costretto. Sono nato giornalista -un mestiere che ho amato molto- e pensavo che sarei morto giornalista. Anche perchè gli inizi erano stati molto brillanti e, negli anni 70 ero considerato uno dei giovani talenti del giornalismo italiano. Ma a poco a poco una emarginazione silenziosa, sottile,felpata, mi ha costretto nell'angolo della professione. Il mio torto, inescusabile in una società come la nostra, era quello di rifiutare, ostinatamente, cocciutamente, infeudamenti a partiti, fazioni, correnti, lobbies e di non accettare sottomissioni umilianti".
Aveva ragione Eugenio Montale quando, nel 1977, in un’intervista alla Rai segnalò un giovane poeta per il suo talento, aggiungendo: “penso che ci riserverà piacevoli sorprese”.I l premio Nobel per la Letteratura si riferiva a Paolo Ruffilli, oggi uno dei maggiori poeti italiani.
Fenomenologia del pensiero orientale ed insieme elegia della poesia, orchestrata da un poeta raffinato e colto il cui talento s’accende quando sposa mirabilmente il registro narrativo alla vena poetica. Nato come silloge di resoconti in versi, composti tra il 1990 ed il 2003, “Parnaso d’Oriente” è in realtà molto di più di un tragitto occasionale o didascalico: “Già soltanto per questo/gli eccentrici cantori/meriterebbero elogio/come difensori/dell’ideogramma Sung/ e nell’alluviale noma della natura/dissipatrice di ordine e comparse/il loro canto precario ha sollevato/il verso cercante ha sfidato/crinali dune, ostinati archeologi.” ( pag. 57)
Paolo Ruffilli torna, dopo l’alto esito de “La gioia e il lutto” e a sette anni da quell’evento, con “Le stanze del cielo”. La nuova raccolta persegue e riplasma la struttura poematica che caratterizzò il libro precedente in una consonanza tematica bene evidenziata da Alfredo Giuliani in prefazione: “Quella stessa inclinazione a oggettivare i dati soggettivi… rende capace Ruffilli di calarsi nella soggettività degli altri, da poeta che è anche narratore.
Estate 1975. Nello scenario di una Puglia misteriosa, tra la campagna e il mare, quattro ragazzi vivono un’esperienza che segnerà per sempre le loro esistenze. Matteo Leoni, un tredicenne timido e riservato con la passione per la scrittura, e la cugina Valentina, sua coetanea bella e intelligente, gli altri amici.
L’estate scivola tra escursioni avventurose, corse in bicicletta, presenze inquietanti, bagni notturni, rocambolesche vicende familiari, amori sotterranei, risse e scoperte stupefacenti.
Sullo sfondo la traccia misteriosa della foresta, compatta e scura, disegnata a rilievo sulla campagna. Come un cane nero, che corre.
“e ti ricordo / quel geranio acceso / su un muro crivellato di mitraglia / forse neanche più la morte /consola i vivi / la morte per amore?” (T.S. Eliot)
Mi è stata necessaria la rilettura de “La gioia e il lutto” soprattutto nell’ultima sua parte dove leggiamo: ”Io credo / qualcosa resterà di noi. La parte / più sottile / e più leggera / volerà via / e troverà la strada / e lì nel fondo cieco / dove la vita / finisce ai nostri occhi / scandita dalla morte / fluisce un grande fiume di energia / (…) nel mare di dolcezza / e scoprirà di colpo / la sua pace assoluta”.
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