"Knulp" (1915) è un quaderno di narrativa fondato su tre movimenti: protagonista assoluto, un alter ego del narratore, Knulp, adorabile vagabondo dal cuore onesto e gentile e dall'assoluta renitenza alla linearità borghese, alla socialità d'accatto, alla prevedibilità. Un giusto che finisce di vivere ritrovandosi a parlare con Dio, e scoprendo che la sua essenza è qualcosa in cui lui amava riconoscersi. È un uomo innamorato della natura; e pur non essendo proprietario di niente, è uno che si sente d'appartenere e d'essere appartenuto agli alberi, ai fiori e alla terra molto più di chi ne possedeva ettari. È un ribelle senza causa diversa dalla bellezza, e dalla ricerca della verità.
Che succede quando un poeta e un narratore come Andrea Di Consoli, artista lucano classe 1976, decide di sperimentare la nuova strada del giornalismo d'inchiesta? Succedono fondamentalmente due cose. La prima, è che i suoi lettori e i suoi ammiratori rimangono disorientati e spiazzati: come, si chiedono, un integralista dell'arte letteraria, uno scrittore puro si concede al reportage su un fatto di cronaca nera di quasi venticinque anni fa? Man mano, sfogliando il libro, capiscono qualcosa. Capiscono che l'argomento trattato ha a che fare con la sua poetica, con l'essenza e i contrasti del suo territorio, con la sua fame antica di verità e giustizia.
L’interiorità è un mondo parallelo che sembra scomparso dalle prospettive di ragionamento del consorzio umano, impegnato sempre di più a rincorrere, nell’era della comunicazione di massa, l’effimero e l’apparenza, il disimpegno nella comodità mediocre di essere superficiali. Stiamo diventando una società di poveri di spirito. Abbiamo smesso di guardarci dentro, di coltivare il giardino dell’anima. Il risultato è il dilagare di un analfabetismo emotivo che ci conduce verso gli abissi del rancore e della superficialità. È sempre più difficile parlare al cuore degli altri perché abbiamo una paura fottuta di prestare attenzione e cura alla nostra interiorità.
1972. Guido Piovene così commentava, su «La Stampa», la pubblicazione del romanzo breve “Randagio è l'eroe” dello scrittore piemontese Giovanni Arpino: “Un caso imbarazzante, nella letteratura italiana d'oggi, è quello di GA. Imbarazzante perchè atipico. È facile parlare di uno scrittore inserito in un discorso di cultura i cui termini ci sono noti. Si descrive quello scrittore accostandolo ad altri, per affinità o per contrasto, e gli si assegna la sua parte sullo scacchiere. Per Arpino questo non vale […]. In questo romanzo, Arpino ha voluto portarci in una condizione di verità e nudità totali.
Paolo Ruffilli è il più singolare tra i poeti della sua generazione. Se andiamo a rileggere oggi i suoi libri più fortunati (Piccola colazione, La gioia e il lutto) troviamo ancora intatta la grande capacità dell’autore di proporsi come un poeta di pensiero, unico nel suo genere.
2009. La poetessa Patrizia Garofalo incontra il poeta Paolo Ruffilli. Ne deriva un'intervista – questa – che va a integrare le schede sin qui dedicate all'interpretazione e all'analisi delle pubblicazioni di un artista amato, già a inizio carriera, da Eugenio Montale. Buona lettura.
“Io giovane ragazzo della destra ho soggiogato completamente gli occhi altrui, io giovane della destra ho anche il diritto di infliggere qualsiasi crudeltà agli esseri più deboli, e ancora io giovane della destra sono il figlio di Sua Maestà l’Imperatore” (pag.60).
Petronismi
“L’idea,a tratti, / che conti quello che / è già stato, il resto / dei tempi, l’ordine / più apparente che…/ il risultato: /arrendersi alle cose /come sono /al loro inerte moto, per / reggerne e coprirne, / almeno il vuoto” (pp. 79-80, “Piccola colazione”)
“Se guarisco…io/ riattraverso il già fatto / e il già veduto / l’incommensurabile / che ho conosciuto” (p. 47, “La gioia e il lutto”)
“e guardo lassù in alto… / ma forse anche il cielo / è fatto stanze / e non si può abitarne / più di una” (p. 64, “Le stanze del cielo”)
Un’amica via e-mail mi aveva consigliato di prendermi il libro di Giacomo…mi aveva detto che era molto bello, e che aveva anche scritto all’autore per fargli i complimenti.
De profundis – Anamnèsi di un’anima
L’EQUILIBRIO DEL DOLORE
Quello che più mi è sembrato evidente nel testo è l’uso poetico di vocaboli quotidiani che mi ha rimandato a Montale. Il libro si snoda a guisa di racconto di apparente e facile lettura per rimandare invece a polisemie più complesse, non tortuose né volutamente oscure ma illuminanti quando si vogliano cogliere i significati più profondi del nostro breve esistere.
L’andamento poetico conosce sia la dimensione diacronica del tempo che la sincronia di immagini. Esse si staccano sole, nitide, icastiche, comunicanti, lapidarie e determinano la poesia vera distinguendola da quella dei “poeti bianchi”.
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