Su di lui la critica ha eretto una cortina di silenzio a dir poco vergognosa, nonostante si sia di fronte ad uno dei romanzieri più dotati di tutto il novecento italiano, spesso del tutto assente dalle antologie e dalle storie della letteratura (qualcuno, negli anni passati, tentò di sfondare il muro di omertà: Baraghini per esempio, che inaugurò la serie mitica dei Millelire con America, un racconto di Gallian tratto dalla rivista 'Quadrivio').
1974. Opera prima di Stanislao Nievo, scrittore e giornalista e avventuriero, “Il prato in fondo al mare” finì per appassionare pubblico e critica. Complice l'argomento – l'oscura vicenda della fine del grande antenato dell'artista, Ippolito Nievo – complice la scrittura frenetica, diaristica e febbrile dell'erede, complici le stravaganti e grottesche incursioni nella parapsicologia che vanno a puntinare di delirio la narrazione, ricerca d'una impossibile verità a un secolo pieno di distanza dai fatti, in parecchi finirono per apprezzare Stanislao più ancora di Ippolito.
“Non c'è volta nei nostri colloqui ch'io non mi senta più indegno e nel tempo stesso io non trovi in me una nuova forza e speranza di far la mia vita migliore. Perché s'io possa un giorno per l'ultima volta chinare il capo tra le mie figliole e queste con dolore tranquillo mi congedassero: padre, tu ci lasci pur una vita da vivere senza disperare – oh, io avrei portato alla felicità la mia fatica e ritrovato Dio, per te, fratello” [Stuparich, “Colloqui con mio fratello”, p. 97].
Tenuta a battesimo da Mino Maccari nelle stanze del “Mondo” di Pannunzio, “L'Italia dei poveri” è un'appassionata raccolta di racconti-inchiesta firmati dal giornalista salernitano Giovanni Russo. Si tratta di scritti composti tra 1950 e 1957, senza pensare ad una futura pubblicazione in volume: sono pagine che erano rimaste, tendenzialmente, al di fuori dell'articolo commissionato dal giornale o dalla rivista.
“Due file di bambini, una di fronte all’altra a salutare chi stava arrivando. Ci trovammo così a passare tra quelle ali spiegate nel segno dell’innocenza. La strada di terra battuta, cosparsa di petali rosa. Le bambine e i bambini cantavano un inno di gioia, tra le mani giunte, fiori di campo e a ogni ospite un inchino con la fronte e un sorriso. […]I bambini sorridevano e cantavano, in quel canto di vita lieve, immersi in quella loro purezza, da farti tornare la voglia di credere ogni tanto a un dio giusto e alla speranza.” (p.166)
Dopo tanti anni come inviato speciale per la televisione, per forza di cose ci sono episodi, incontri, storie che rimangono più che mai presenti nella memoria e rappresentano al meglio il significato del proprio mestiere. In tempo di velinari e zelanti operatori nel campo della disinformazione di massa fa sempre piacere leggere delle cronache che ti riportano con i piedi in terra e mostrano la realtà così com’è; anche nella sua veste più tragica e priva di consolazioni.
"Non incoraggiate il romanzo. Sulla narrativa italiana" raccoglie articoli e brevi saggi scritti negli ultimi quindici anni da Alfonso Berardinelli.
Memorie di un autore tv e di un giornalista d'inchiesta caro a Sergio Zavoli ed Enzo Biagi: uno che sembra consacrato alla sua professione con una dedizione incrollabile, uno che vive ogni reportage come una battaglia per restituire verità, luce e giustizia a chi vive nell'ombra, da vittima dell'arroganza e delle prepotenze. Uno che non ha dimenticato affatto cosa il giornalismo d'inchiesta sia. Quello vero. La bella notizia è che Nevio Casadio esiste, e non è una creatura letteraria: Casadio si direbbe uno dei pochi grandi esempi superstiti del giornalismo televisivo d'una volta, etico e onesto: un esempio capace di fronteggiare, con dignità e orgoglio, la volgarità, la grettezza e la mediocrità del circo catodico forzista.
“Si prenda ad esempio dalla Serenissima che da sola e coi poveri mezzi di allora, per sette secoli, seppe salvare Venezia dalla doppia insidia del mare e della terra. Anch’essa aveva il suo alto commissario. Si chiamava Magistrato delle Acque. Era il secondo personaggio della Repubblica, e la sua parola per quanto riguardava la laguna, cioè la vita di Venezia, faceva legge. Ma il doge nell’investirlo di questi supremi compiti, lo presentava al popolo con queste parole: Pesatelo, pagatelo e, se sbaglia, impiccatelo.
L'uomo che ha saputo ascoltare le viscere del paese per un ventennio, conscio di essere perfettamente parte di quelle viscere, s'è servito d'uno strumento per sondare il mood dei suoi elettori e dei suoi collaboratori. Quello strumento è il più ridicolo, volgare e grottesco esistente: la barzelletta. Secondo il sultano brianzolo le sue storielle servono a “pulire la testa” e “distendere i nervi”. Ma anche, osserva il suo nuovo, sottile ermeneuta Barillari, a “fissare un concetto”: in altre parole, a insegnare qualcosa. Cosa?
Sconvolge l’assenza di un nome come Eurialo De Michelis in alcune ‘storie’ della letteratura italiana. Quella voluminosa di Walter Pedullà, per esempio, nemmeno lo menziona: ed è francamente uno scandalo. A questo punto ci si chiede cosa si possa insegnare agli altri, visti i presupposti, e se necessità debba insorgere in noi perché si cambi prospettiva in funzione di una nuova revisione culturale (che non vuol essere revisionismo).
“La morte d'un cane non altera l'universo. Continuano a ruotare pianeti ed elettroni. Questo pomeriggio, pioverà. Benché il mio cane sia morto, il mese di luglio è qui in Messico la stagione delle piogge. Tuttavia son convinto, e non smetterò d'esserlo, che il mio cane morto era una forma splendida della vita: grave, nobile, amorosa e pura. Son convinto, e non smetterò d'esserlo, che poche purezze in questo mondo, senza saperlo anelante all'innocenza, eguagliano quella che si scorge nei mansueti e soavi occhi d'un animale” (Coccioli, “Requiem per un cane”, I, p. 17).
"Knulp" (1915) è un quaderno di narrativa fondato su tre movimenti: protagonista assoluto, un alter ego del narratore, Knulp, adorabile vagabondo dal cuore onesto e gentile e dall'assoluta renitenza alla linearità borghese, alla socialità d'accatto, alla prevedibilità. Un giusto che finisce di vivere ritrovandosi a parlare con Dio, e scoprendo che la sua essenza è qualcosa in cui lui amava riconoscersi. È un uomo innamorato della natura; e pur non essendo proprietario di niente, è uno che si sente d'appartenere e d'essere appartenuto agli alberi, ai fiori e alla terra molto più di chi ne possedeva ettari. È un ribelle senza causa diversa dalla bellezza, e dalla ricerca della verità.
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