La mitologia non è sempre e non è necessariamente legata a divinità e creature affini. La mitologia, qualche volta, nasce dalla mente e dai ricordi di una nonna che irriga l'infanzia del nipote con racconti e personaggi incredibili. E così basta poco al nipote per immaginare e trasferire tante e tali figure ed accadimenti in un cosmo fatto di eroi, avventure e sogni.
Ed è per questo che leggere "Nel paese di Tolintesàc" ha significato tornare nel paese di Cavina e nella casa della sua infanzia. Un viaggio spazio-temporale tra facce che ho potuto facilmente immaginare e vite che sanno fondare, ancora una volta, una epopea minima ma memorabile.
Una scrittura veloce, che non lascia quasi spazio al respiro, un romanzo colmo di personaggi e di azione, che riesce a prenderti e trascinare la lettura pagina dopo pagina. Sono storie che si intrecciano, quelle narrate in Piazza dell'Unità, che ruotano attorno ad immigrati, di prima e seconda generazione, ai loro sogni, le loro aspettative, e gli italiani che li osservano, come vicini di casa, poliziotti, insegnanti. Mentre però i protagonisti tra gli stranieri, diciamo così, rimangono gli stessi, gli italiani che ruotano al loro fianco sono quasi sempre diversi. Lo scrittore, Maurizio Matrone, è un ex-poliziotto con all'attivo vari romanzi, sceneggiature tv, saggi, e certo queste esperienze si riflettono nelle pagine che scorrono forti sotto gli occhi.
A Casola Valsenio, il paese di Cavina, ogni anno, durante il terzo fine settimana di ottobre, viene organizzata la Festa dei Frutti Dimenticati. Lì è possibile trovare dei prodotti, al naturale o lavorati, che il mercato tradizionale ha scelto di bypassare per comodità o convenienza. Sono frutti antichi, preziosi, rari, faticosi da coltivare e poco remunerativi. Per questo è facile perderne le tracce: azzeruole, giuggiole, pere volpine, cotogne, mele della rosa, sorbe, corbezzoli, nespole.
Anche per il suo terzo romanzo Cristiano Cavina resta a Casola Valsenio, il piccolo paese in provincia di Ravenna dove è nato e vive. Credo che la maggior parte degli uomini italiani (e non solo) si ritroverebbero perfettamente in ogni frase, in ogni espressione e in ogni passaggio del romanzo. Perché la maggior parte degli uomini italiani (e non solo), come Cavina, da ragazzini hanno giocato partite di calcio lunghe una giornata, di quegli incontri mitici ed irripetibili tanto simili, ai loro occhi, alle partite più importanti del campionato, coi tiri e i goal proprio uguali a quelli del calciatore del cuore visti in TV la domenica pomeriggio.
Cristiano Cavina è nato a Casola Valsenio. Ed è proprio a Casola Valsenio che è nato (esattamente il 29 maggio 1974 come Cavina) anche Bastiano Casaccia, detto Bla, l'eroe undicenne protagonista principale ed io narrante di “Alla grande”, romanzo d'esordio di Cavina. Un libro brillante, colorato, divertente. Pieno di supereroi, di avventure, di sogni ad occhi aperti e di una miriade di storie fantastiche, infarcite di invenzioni di ogni genere. Perché, come spiega Bla: “Una qualunque storiella, se la raccontavo bene, era quasi vera. Ma se la gonfiavo a dovere nei punti giusti, allora diventava vera del tutto”.
Madrid, 2004, 11 marzo, ore 7.37 di mattina. Salta il primo treno. Primo di quattro treni. Muoiono centinaia di persone. Nei superstiti, e nei compatrioti, cambia definitivamente qualcosa, dentro. Qualcosa si rompe, qualcosa si spezza. Nel caso del protagonista di questo intenso e disperato romanzo di Menéndez Salmón, Il correttore (Marcos Y Marcos, 160 pagine, 14,50 euro), si spezza la sensazione che tutto possa essere sempre uguale a tutto, per esempio. «Quando il primo treno saltò in aria spargendo sulle nostre piccole e ostinate vite un'alluvione di sangue, rabbia e paura, io ero seduto al mio vecchio tavolo di frassino australiano a correggere le bozze dei Demoni di Fëdor Dostoevskij».
“Nessun lavoro ammazza la gente. Ci sono le persone a farlo. E se non sono gli altri, lo fanno da sole. Questo mestiere non è peggio di un altro. E nemmeno meglio. Ma certi lavori sono diversi. Scavare una buca dentro una montagna è diverso”.
“Non voglio dire che questo libro abbia un finale tragico, ho già detto nella prima riga che questo è il mio libro preferito. Ma c’è del brutto in arrivo, alle torture siete già preparati, ma c’è di peggio. E’ in arrivo la morte, ed è meglio che afferriate questo punto: muoiono le persone sbagliate.
«Certe seduzioni son degne di essere conservate al museo dello Smithsonian Institute, accanto allo Spirit of St. Louis» e sono tante le seduzioni di «Pesca alla trota in America», il capolavoro di Richard Brautigan, scritto nel 1961, pubblicato per la prima volta nel 1967 da una piccolissima casa editrice di San Francisco, la Four Season diventando subito un libro culto e oggi finalmente ripubblicato in Italia dalla milanese Isbn con la splendida traduzione di Riccardo Duranti. E cos'è "Pesca alla trota in America"? E chi è "Pesca alla Trota in America"?
“Ciascuno ha una casa diversa. Qualcuno a est, qualcuno a ovest, qualcuno a nord, qualcuno a sud. Noi stiamo a ovest”. “L'ovest è meglio?”. “Non lo so. Non sono mai stato da nessun'altra parte”. “Ci andrai?” “Un giorno”. “Tornerai?”. “Certo”. “Volentieri?” “Certo”. “Perché?” “È sempre bello ritornare, ecco perché” [Saroyan, “La commedia umana”, 8, p. 39).
Primo romanzo di Felice Cimatti, professore di Filosofia del Linguaggio, giornalista di Fahrenheit, “Senza colpa” (Marcos Y Marcos, 2010) è un noir animalista di discreta tenuta, apprezzabile linearità e fascinosa meditazione sulle capacità dei nostri colleghi non umani di servirsi coscientemente di capacità linguistiche. L'autore ha già pubblicato saggi sul tema (“Mente e linguaggio negli animali. Introduzione alla zoosemiotica cognitiva”, Carocci) e questa si direbbe una traduzione ludico-narrativa del sentiero di ricerca e di studio d'una vita. Una scelta intelligente, destinata ad avvicinare qualche lettore comune a un argomento di grande fascino.
“Pedra de tartera” (1985; It, Marcos Y Marcos, 2010) è stato il libro d'esordio della scrittrice catalana Maria Barbal, letterata classe 1949. S'è trattato d'un esordio amatissimo, nel tempo, e non solo dal suo popolo: stando a quanto leggiamo in bandella, “Come una pietra che rotola” ha conosciuto oltre cinquanta edizioni in lingua catalana, undici in lingua tedesca. Mancavano due grandi lingue occidentali, l'inglese e l'italiano. Questo 2010 è stato il loro anno.
«“Qualcosa so” si difese l'ispettore. “E cosa? L'origine del prosecco? Lei sarà uno di quelli che mormorano sulle origini giuliane del prosek, o che si appellano all'analisi del DNA per dimostrare che il prosecco è identico al croato Teran Bijeli. Sarà uno di quelli con la puzza sotto il naso, perché per fare il prosecco si deve essere un po' bastardi e mescolare tracce di chardonnay e di verdiso nelle annate calde, e di bianchetta trevigiana in quelle più fredde”.
“Disgustato, voltai le spalle alla scena e accesi il computer per ritrovare le mie storie. Sono Bruno Dante, pensai, scrittore di racconti, un tizio con un libro mai pubblicato, una Pontiac di dodici anni e nient'altro al mondo. Un aspirante di quarantadue anni, che nuota controcorrente. Che ricomincia daccapo per l'ennesima volta” (Fante, “Buttarsi”, p. 39).
Friedrich Dürrenmatt è uno degli autori che mi vengono consigliati spesso. Finalmente mi sono decisa a seguire i suggerimenti: ho letto “La morte di Socrate”. Sono sicura di aver scelto bene, seppur del tutto casualmente, il mio primo libro di Dürrenmatt. Pochissime pagine: 61 nell’edizione Marcos y Marcos, compresa la versione originale in lingua tedesca a fronte. In sostanza un racconto. Brillante, ironico, giocoso e velocissimo. Dürrenmatt si è divertito a riscrivere una sintetica e colorata parodia della vita di Socrate, anche se non mancano ritratti ugualmente spiritosi e revisionati di Santippe, Platone, Aristofane, Dionigi di Siracusa e altri altisonanti nomi della Grecia antica.
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