Sembrano ritratti in austero bianco e nero da Corbijn i magazzini, i cavalcavia, i binari e le fabbriche che fanno da scenario agli undici racconti, due dei quali danno appunto il titolo a Giostre, puzzle e altre storie. Non siamo nella Manchester inverosimilmente orrenda, squallida e cupa, del pre punk dei Settanta, ma qualche chilometro più a Sudovest, a Rhondda Valley, nel Galles postindustriale, una valle dove la povertà ti circonda come un collare cervicale e rincara la dose. Un crogiolo di tutti gli aspetti negativi dell’ urbano e del rurale dove la vita, guardata da un occhio depresso, sembra ricoprirsi di un sottile strato di polvere. La provincia. Almeno quella che è stigmate, odore che non si lava via, peccato originale.
Un anno e mezzo dopo “Kalooki Nights”, Cargo porta in Italia il secondo romanzo di Howard Jacobson, in realtà scritto nel 1999. Ed è importante sottolinearlo, perché non conoscendo la vicenda editoriale si potrebbe pensare ad una battuta d'arresto, ad un tentativo di attenuare quell'ironia caustica che era stata il perno su cui poggiava l'intera architettura del libro letto in precedenza.
Ha un nuovo nome, ma il passato non lo dimentica e del passato non si dimentica. Sogna un futuro diverso, con la ragazza di cui si è innamorato, Michelle-Shell, “conchiglia”, in “un posto dove nessuno ha mai sentito il suo nome. Il suo vero nome, quello che tiene nascosto nell'oscurità. Quello che gli sembra un estraneo, ora. No, non un estraneo, un vecchio nemico. Uno che gli ha fottuto la vita, una volta, tanto tempo fa, per sempre” (p. 150).
Qualche anno fa, in una non eccessivamente famosa canzone di una band del New Jersey, i Thursday, Geoff Rickly cantava: “And No Signs From Cinema / No City Skyline / No Paper Scraps And No Unfolding At / Five O’ Clock (…) / We Heard Ian Curtis Kill Himself Again / In Your Bed…”. Era l’album d’esordio dei Thursday, “Waiting” (Eyeball Records, 1999): il pezzo si chiamava “Ian Curtis”.
Traduttore traditore. Strappo alla regola. Stavolta niente recensione, e niente articolo. La recensione è nascosta nelle parole che ho scelto per restituire versi e spirito di Ian Curtis. O forse rimane questa qui, scritta cinque anni fa, per stabilire contatto. Questa è solo un'integrazione necessaria, e differita.
E' nella selezione di questi pezzi, e nell'espressione di quel che è stato. E' nell'ascolto che dovrà accompagnare la lettura, e nell'omaggio al genio di chi ha creato i Joy Division, il perduto Tony Wilson, artefice del Rinascimento di Manchester. Verrà quindi il New Order. Un giorno, non ora.
La mezzanotte è passata, nella sala concerti del piccolo club di Prato stiamo ancora aspettando l’inizio del concerto. Ci sono in giro almeno trecento persone, e molti sono vestiti secondo i canoni del gothic, con abiti neri, acconciature vistose, catene e borchie di varie misure. Ma l’attesa vera riguarda soprattutto quelli che si sono sistemati nelle prime file, loro sanno che questa non sarà una serata come tante altre. E io sono davanti a tutti, a un metro dal palco.
“Get out of bed, pick up the phone / Time to tell the press / Say to myself, I can't do no-one else / There's a whole world outside
Credo che ogni anima viva nella ricerca di affinità elettive, di espressioni speculari perfette nell’alterità, di utopiche ideali totali convergenze. Vaghiamo, trascinandoci, sprigionando furore e speranza e dolore, desiderando che l’arte ci sostenga, ci rigeneri, ci sappia elevare; che sia un sentiero per un infinito mondo di bellezza e verità. La mia anima ha salutato nella musica dei Joy Division e nella poesia di Ian Curtis il canto più vivo e miracoloso; accompagnato nel tempo dalla loro rabbia e dalla loro disperazione, ho accettato che il dominio della lotta non conoscesse fine.
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