Apparve in Francia nel 1830, a puntate, sulla rivista “Le Mode”; rispetto al disegno autoriale, rimase incompiuto; finì comunque per insegnare, con aristocratica negligenza e letteraria prepotenza, che il fine della vita civile è il riposo: e che l'arte di animare il riposo è la vita elegante, incomprensibile per chi è abituato al lavoro. E andò insegnando che l'eleganza è espressione di pulizia, armonia, e di relativa semplicità. Perché l'eleganza è ordine. Assoluto.
Tenuta a battesimo da Mino Maccari nelle stanze del “Mondo” di Pannunzio, “L'Italia dei poveri” è un'appassionata raccolta di racconti-inchiesta firmati dal giornalista salernitano Giovanni Russo. Si tratta di scritti composti tra 1950 e 1957, senza pensare ad una futura pubblicazione in volume: sono pagine che erano rimaste, tendenzialmente, al di fuori dell'articolo commissionato dal giornale o dalla rivista.
Mi sono sempre chiesto il perché del premio Strega del 1955 ad un libro come questo: una sorta di scommessa con la vita, ma lontano dalle urgenze autobiografiche tipiche della prosa di Comisso. Perché se da un lato vi è una visione, come detto nel titolo, falsamente neorealista (e spiegheremo perché) dall’altro c’è anche un distacco più che evidente dai lacci della propria esperienza. C’è una bellissima definizione di Piovene di questo libro e dell’arte di Comisso di trattare i personaggi: Il suo modo di avvicinarli è totalmente anarchico e il suo senso dell’umanità è stradale.
Mescolanza al fulmicotone di Villaggio, Campanile, Malerba, Cavazzoni (ma non aspettatevi che inserisca Benni, lo detesto), ma la prima edizione di questo capolavoro risale al 1952 (Guanda) e fu solo l’inizio di un percorso che si concluse con l’edizione da noi considerata e che ebbe risonanza adeguata e giusta grazie anche alle note di seconda e terza di copertina di Calvino. Che diceva: (Frassineti) prende di petto il nodo più doloroso che impastoia la vita italiana, il male più incancrenito da cui nessun cambiamento di regime o d’istituti è riuscito a liberarci: l’assurdità burocratica.
Quella narrata da Nimier è la storia di Michèle, e la storia di Anne. E di Philip. Tre vite e tre destini intrecciati: non solo per il calcolo di una donna; non solo per l’innocente incoscienza di una giovane; non solo per il lasciarsi vivere, senza aprire mai gli occhi, di un uomo. Tutto questo insieme e molto altro, però, crea il perimetro di un’opera che si estende fino ai limiti del sentimento. D’amore o di amicizia poco importa.
Il libro del Soldati offre il destro a non poche considerazioni moralistiche e comunque strettamente riflettenti il contenuto; e a queste si sono fermati vari critici, riconoscendo al giovane scrittore notevoli qualità tecniche, “di mestiere”, ma negandogli in sostanza la presenza di quel certo ineffabile senza di che non è possibile parlare di un’arte anche in piccola parte realizzata (…). Perché i personaggi creati dal Soldati sono tutti adulteri e invertiti, prostitute e bancarottieri e i loro casi sarebbero narrati dallo scrittore con una ostentata indifferenza morale, la quale troverebbe poi la sua origine nei manufatti corrotti e squisiti di Rue de Grenelle…
Comprai questo libro nel 2006 su suggerimento di un amico. L’ho letto solo ora, a distanza di quattro anni. Ho sempre avuto qualche avversione nei confronti dei “maestri di vita”: persone che hanno sempre insegnamenti e consigli da elargire. Rispetto la saggezza e la sapienza, ne riconosco tutto il valore e la dignità, ma da qui a voler santificare chi sale sul pulpito a istruire le folle, ce ne passa.
L’importanza di essere scomodo è un documentario molto ben realizzato da Andrea Bettinetti, un regista italiano laureato in architettura al Politecnico di Milano e specializzato in cinema alla London International Film School, dove ha ottenuto il Certificate in the Art & Technique of Filmmaking. Ha lavorato come scenografo, assistente di regia, regista in pubblicità, video musicali e cortometraggi. È un regista free-lance che firma filmati pubblicitari e istituzionali per clienti privati, si occupa di documentaristica per i principali canali televisivi e collabora con l’Istituto Europeo di Design come docente di tesi.
“Restammo sulle rive della Mosella per dodici deliziosi giorni e poi, con gran dispiacere, sgomberammo. Ma avevamo imparato tutti una cosa: se i comuni soldati di qualsiasi esercito potessero riunirsi sulla riva di un fiume e discutere le cose con calma, nessuna guerra durerebbe più di una settimana” (William March, “Compagnia K”, frammento del soldato semplice Plez Yancey, p. 92).
“In piedi e seduti” [1948] è un memoir concentrato sul periodo più delicato, controverso e doloroso del nostro Novecento italiano: 1919-1943. Quello dell'Italia “proletaria”, figlia di Vittorio Veneto, “in piedi” per volontà e comando del suo inatteso leader ultrasocialista romagnolo; e quello dell'Italia sconfitta, fuggiasca e a un passo dalla Guerra Civile, improvvisamente e totalmente seduta. Seduta e impegnata a leccarsi le ferite, e a spararsi addosso, e poi a ricostruirsi.
Giovanni Comisso non è stato soltanto narratore e saggista d'avanguardia: nella sua atipica esperienza esistenziale, è stato combattente al fronte nella Prima Guerra Mondiale, legionario fiumano nei giorni libertari della Reggenza del Carnaro, mercante d'arte a Parigi, commesso in una libreria meneghina, agricoltore, flaneur e commerciante marittimo. Mario Monti raccontava, prefando questo volume nel 1968, che la natura di Comisso era varia, come il suo umore:
Undici staffilate contro la nuova borghesia italiota, tutta americanizzata: originariamente apparse nel 1953, caratterizzate da una feroce attualità e da una veridicità scomoda e imbarazzante, queste satire longanesiane dovrebbero accompagnarci, almeno nel pensiero, giorno dopo giorno nei nostri nuovi anni Dieci; per ricordarci – sempre – da quale belpaese veramente proveniamo, e quale nazione dovremo impegnarci a ricostruire sulle rovine di questa.
«Duclos, giorni fa, diceva: “Signori, parliamo dell'elefante (un giovane elefante di cinque anni che destava la curiosità dei parigini); è la sola bestia di una certa importanza di cui si possa parlare, in questi tempi, senza pericolo». (Grimm, “Correspondance”). Ma “Parliamo dell'elefante”, secondo Pierluigi Battista, è un titolo che depista: perché in queste pagine accade proprio il contrario, “non si capisce bene con quale grado di consapevole sfrontatezza”, perché si va allegramente e con grande naturalezza a bucare l'omertà paracula dei contemporanei. Dando vita a uno stile che rimarrà impresso nella memoria degli italiani.
Questo libro è un viaggio ai confini del cattolicesimo, un viaggio che conduce dinnanzi ad uomini e donne che vivono borderline e nel loro piccolo si “battono” per una Chiesa altra e non per un’altra Chiesa (il dettaglio non è di poco conto). Con coraggio e determinazione vanno avanti, vivendo con fatica spirituale la loro quotidianità perché hanno una visione spesso critica rispetto alle posizioni ufficiali del vaticano su tanti temi sociali (eutanasia, aborto, fecondazione assistita, ecc. ). Questi uomini e queste donne spingono dal basso e, consapevoli della scelta intrapresa, non rinunciano alle loro idee, anzi cercano di dargli eco. In questo viaggio in cui Riccardo Chiaberge ci fa da Caronte troviamo di tutto e di più.
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