Marino Magliani è un affabulatore nato, uno che ama raccontare la sua terra, ma anche i luoghi che si sono trasformati in patrie adottive, come il Sudamerica e l’Olanda. Per questo motivo è l’autore giusto per scrivere una reportage narrativo che non sia soltanto una guida turistica, ma un vero e proprio viaggio sentimentale per cicloturisti che vogliono assaporare la bellezza di Amsterdam. Magliani descrive con stile elegante e raffinato una città labirintica e misteriosa dove si ordiscono complotti e strategie, dove le biciclette giacciono arrugginite in cimiteri nascosti, dove i canali disegnano una ragnatela che intrappola i pensieri.
Marino Magliani è un nome importante della letteratura italiana contemporanea, scrittore minimalista ma non ombelicale, poetico ma non retorico, dotato di uno stile che ricorda Biamonti e Orengo, ma anche narratori come Pavese e Pardini, attaccati alle loro radici impossibili da rimuovere. Scrive di luoghi che conosce, per questo è sempre credibile nelle descrizioni di uomini e ambienti, sfruttando - come in questo romanzo - locations argentine, liguri, spagnole e olandesi.
Riscopriamo “La città”, originariamente apparso nel maggio 1912 sulla rivista “Riviera Ligure” dei Novaro, “primo contributo del venticinquenne Boine” - scrive la curatrice, Maura Del Serra - “alla rivista-princeps della ligusticità letteraria novecentesca”. Il testo, sino al 1994 difficilmente reperibile, come tutta l'opera di Boine (“ha goduto di fortuna editoriale sporadica e distratta”), è, secondo la Del Serra, il luogo in cui Boine disegna “a tinte gotico-fauves il ritratto lirico-espressionistico del microcosmo provinciale di Porto Maurizio, sua odiosamata 'siepe' ed osservatorio critico”.
“L'italiano non ha paura / della legge di natura / e talvolta, anzi, corregge / la natura della legge” (“Benedetti italiani”, p. 153): dimenticate l'orgoglio patriottico localissimo dei “Maledetti toscani”, dimenticate quanta ostilità e quanto sarcasmo si nascondeva in quelle righe nei confronti di tutti quei cittadini che non fossero toscani; dimenticatelo, ché Malaparte ha giocato un'altra volta al gioco del contradditorio, all'amplificazione parossistica della doppiezza, al gusto di avere stile nell'essere prima guelfo e poi ghibelllino.
Presso l’Accademia di Svezia, in conferimento del Nobel, Montale riconfermò la sua fede sulla poesia. “Non è credibile che la cultura di massa per il suo carattere effimero e fatiscente non produca, per necessario contraccolpo, una cultura che sia argine e riflessione. Possiamo tutti collaborare a questo futuro” (saggio sulla poesia cit. p. 9 e ss.).
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