I sei reportages asiatici del giornalista tedesco Wolfgang Büscher sono di piacevole lettura non solo per l’ambientazione, che ci conduce verso paesi lontani e culture diverse dalla nostra, ma per il modo di viaggiare. Büscher infatti predilige la lentezza ed è in controtendenza in quest’epoca di viaggi-flash e di turismo pecoreccio, pilotato dai tour operator. Il nostro autore si sposta a piedi, in barca sul fiume, in auto con i ritmi orientali e su strade pessime, a bordo di una petroliera.
Del resto Büscher non è nuovo a esperienze di questo tipo, come attestano altre due sue pubblicazioni “Berlino-Mosca. Un viaggio a piedi” (2008) e “Germania, un viaggio” (2009) editi sempre da Voland.
La scrittura della Vanderbeke è la cosa che ho apprezzato di più di "Sweet Sixteen" perché è incisiva, immediata e asciutta. Proprio come piace a me. Non si dilegua in fronzoli narrativi tanto accattivanti quanto inutili, ma sa procedere con una schiettezza che vorrei poter trovare altrove e, di sicuro, più di frequente.
Nel sud ovest della Francia, dove è ambientato questo breve e brillante romanzo, la Vanderbeke ci vive davvero. A M** in estate arrivano tanti turisti attratti dai luoghi incontaminati e dalle bellezze locali ma in inverno il paesino torna ad essere il minuscolo buco che nessuno andrebbe mai a cercare. Uno di quei posti in cui "non credono più ai lupi mannari e alle dame bianche, ma tutti conoscono le storie; tutti sanno che Jean Grin dagli occhi rossi si aggirava qui strappando ai bambini il fegato dai corpi, e nessuno lascia andare i bambini da soli a scuola o tornare col buio la sera, preferiscono portarli con la macchina anche solo per quei duecento metri, per stare davvero tranquilli".
“Bighellonare e contemplare (das Flanieren) è come leggere la via […]. La precipitazione degli altri vi purifica come un bagno nella schiuma del mare.” Così Franz Hessel fotografa la sensazione di girare a piedi per Berlino. La metropoli, all’inizio degli anni ’20, è una fabbrica per l’immaginazione, irresistibile agli occhi dell’artista che l’attraversa. Uno strano magnetismo scorre a fiotti tra le sue vie, un misto di inquietudine e seducente vivacità sembra posarsi sulle sue architetture a un ritmo contagioso, lasciando senza fiato.
“12 gen. Caro Harold, ho molto freddo. gli uccelli hanno fatto tanto chiasso oggi che hanno cacciato via il sole. è ancora buio tanto buio che me lo sento nello stomaco. e ho tanto freddo nelle ossa perché il sole non è sorto. vorrei che sorgesse e facesse caldo. non mi piace tanto freddo.”
Banale quanto si vuole ma tant’è, succede anche ai grandi uomini di finire intrappolati nelle spirali della passione amorosa e perdere quei tratti – è proprio il caso di dire qui – superomistici che ne hanno caratterizzato se non l’autentica biografia almeno l’ambizione e la pubblica rappresentazione, tanto più facendo scalpore o suscitando sarcastiche risa proprio per la distanza fra le altezze siderali dei propositi e gli abissi in cui sono crollati. Perciò appassiona l’affaire Nietzsche-Lou Salomé, per quanto “intellettuale” si voglia definire questo amore, per di più “aggravato” dalla presenza di un terzo incomodo che risponde al nome di Paul Rée.
Il “potente cacciatore di uccelli selvatici, libretti d’opera e belle donne”, come si definiva lo stesso Puccini, il più celebre compositore italiano dopo Verdi, nelle pagine di Helmut Krausser viene rappresentato non semplicemente come geniale, cinico ed impenitente donnaiolo.Puccini donnaiolo e perennemente infedele lo era davvero, ma quello che emerge dall’opera di Krausser è la storia di un uomo che, idolatrato per le sue doti artistiche, da buon cacciatore, pur non lasciandosi sfuggire generose prede femminili (spesso loro stesse cacciatrici), rivelava poi inaspettate fragilità, un animo malinconico, oscillante tra momenti di divertita vita bohemienne – con i suoi amici di Torre del Lago sembrava anticipare le zingar
Quattordici lettere firmate Gesù Cristo o, rapsodicamente e in ogni caso sinonimicamente, “architetto Johannes Baader”: destinate a quattordici personaggi influenti, scritte dall'uomo che sarebbe diventato l’Oberdada, il Dada Supremo. Un intellettuale tedesco intriso di una spiritualità folle e messianica, al di là dei confini dell'irriverenza blasfema: un talento della liturgia dell'enormità mistica. Un mattoide ingovernabile.
Un romanzo giallo perfetto è quello in cui, alla fine, il colpevole viene individuato, catturato e costretto a pagare per un crimine commesso. E' quello in cui il bene e la giustizia trionfano e il mistero, qualunque natura esso abbia, viene districato sotto gli occhi di chi legge, con relativo senso di appagamento. Ma in un libro che ha un sottotitolo piuttosto intrigante come "Un requiem per il romanzo giallo" deve esserci qualcosa di diverso.
Come fa il protagonista dell’ultimo racconto de “Il peso del tempo”, opera dello scrittore tedesco, ex DDR, Lutz Seiler, con un passato da muratore e falegname, che di fronte alla morte di un operaio appunta delle brevi frasi che saranno il primo passo nella sua carriera di scrittore, anche io mi sono appuntato su un foglio bianco una frase scaturita al termine della lettura, la frase è “Ricostruzione anaffettiva di un fallimento”.
Che ruolo ha nell’economia complessiva di quello che definiamo un autore lo scritto incidentale, il moto di rabbia, l’insopprimibile bisogno di mettere nero su bianco una specie di grido, l’amara riflessione su una materia quale che sia? Può essere interessante confrontare appunti nascosti con il lavoro compiutamente formalizzato di uno scrittore, con ciò che invece definiamo opera? Per vedere se e come si sono articolati certi pensieri, come dalla materia informe può definirsi una scrittura? Come l’insorgenza abrupta di una frase, di un’idea sia viceversa già la traccia di uno stile, di una forma più che abbozzata?
Sappiamo veramente poco della Russia contemporanea: quel poco che sappiamo spesso ci scandalizza, e a ragione. Il reportage della giornalista austriaca Susanne Scholl, “Russia senz'anima?”, può servire per orientarci a dovere e per sensibilizzarci, per quanto possibile, alle condizioni di vita dei cittadini, moscoviti in particolare, e al mood di un popolo dominato e governato da un regime ingombrante e prepotente. Le sofferenze del popolo russo e dei popoli feriti da quasi un secolo di sovietizzazione non sono affatto terminate, al limite si sono attenuate e diluite.
Spiegare ai tedeschi che le mafie hanno messo radici da anni nella loro terra è un compito arduo. Soprattutto se la stragrande maggioranza dei tedeschi continua a ritenere che la mafia sia lontana anni luce dalla Germania. Ecco perché la missione di Petra Reski non è affatto semplice. E' più che evidente che l'intraprendente ed acuta giornalista e scrittrice, corrispondente culturale per diverse testate, abbia scritto questo libro per illuminare i suoi connazionali.
Dietrich Bonhoeffer, pastore e teologo luterano, è considerato uno dei pensatori più fecondi del XX secolo. Interessante nella sua opera è la ricerca del senso della fede cristiana in cui testimonianza e autenticità s’incontrano sempre per edificare un profondo messaggio di umanità. Il teologo fu arrestato dai nazisti mentre lavorava alle note della sua Etica con l’accusa di aver fatto fuoriuscire ebrei. Bonhoeffer trascorse in carcere due anni, dal 5 aprile del 1943 al 9 aprile 1945, giorno della sua impiccagione. Fu accusato inoltre di aver appoggiato e sostenuto i cospiratori contro Hitler.
Due musicisti molto diversi, Gustav Mahler, Richard Strass, un’amicizia non semplice in un momento storico complicatissimo, l’equilibrio di un carteggio che tiene per diversi anni e una certa storiografia che ci ha abituato a vedere nei due i poli opposti di un progressismo culturale e linguistico da una parte e di una totale indifferenza a un’idea lineare della storia, indifferenza politica tradotta in una carriera artistica atipica dall’altra.
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