Vita attiva e vita contemplativa, devozione personale e religione convenzionale, conflitto ancestrale fra ascesi e desiderio; questi alcuni dei poli dilemmatici che lo scrittore scozzese William Dalrymple, di stanza in India da 25 anni, ha tentato di individuare in Nove Vite (Adelphi), viaggio appassionante nel paese forse più incredibile della terra – un continente, si è sempre detto, a ragione.
Immaginiamo un piccolo villaggio scozzese negli anni Trenta del secolo scorso. La crisi economica si fa sentire. Le piccole rendite della signora Buncle non le bastano per andare avanti. Le viene un’idea bizzarra. E bizzarra anche perché è l’ultima persona da cui in quella piccola comunità ci si aspetterebbe una tale sfrontatezza, una tale audacia. Nessuno immaginerebbe miss Buncle (una tipa scialba, dimessa, malvestita, anonima) alla prese con un romanzo da scrivere. Invece è questo che la donna si mette in testa di fare: osservare la sua gente, rappresentare senza scarti stilistici (non se li potrebbe permettere) o scatti dell’immaginazione (potrebbe soltanto sognarseli) caratteri e storie dei suoi compaesani.
Immaginatevi per un attimo la situazione in cui un vostro ex compagno di studi con il quale avete condiviso lezioni, avventure sentimentali, concerti, magari anche un gruppo musicale si trasformi nel terrorista numero 1 al mondo ed immaginatevi anche di diventare voi stessi uno degli obiettivi del terrorista. Immaginatevi anche di trovarvi invischiato in una storia malatissima per cercare di fermarlo. Come vi sentireste se tutto ciò accadesse? Immaginate anche di essere una persona normale, con una famiglia, un figlio e di trovarvi sequestrato e di rischiare la morte. Riuscite a farlo?
Scritti laterali e minori di Robert Louis Stevenson: selezionati con personalità e con una certa disinvoltura, puntando in particolare a restituire ai lettori italiani tre saggetti sin qui mai tradotti dalle nostre parti, divertissement o esercizi di stile di discreto livello. Questo è “La filosofia dell'ombrello” (Piano B, 2010), sintetica panoramica della letteratura “altra” del padre di romanzi come “L'isola del tesoro” o “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde”: un'antologia di chicche e di rarità.
Irvine Welsh ci svela un segreto: tutto il mondo (editoriale) è paese. “Ho scoperto per caso questo libro l'estate scorsa – scriveva nel 2002 – È stato ripubblicato di recente dalla Black Ace Books, una minuscola casa editrice di Arbroath, Scozia. A mio giudizio, questo romanzo è una delle più grandi opere di narrativa pubblicate in UK negli anni Ottanta, e resto tuttora alquanto stupito del modo in cui è stato trascurato”.
Una manciata d'anni dopo la pubblicazione del “Peter Pan” (1911), nel 1917, il prolifico letterato scozzese Barrie leggeva il sofferto stato d'animo del Regno Unito durante la Prima Guerra Mondiale con quattro storie borghesi, pubblicate in “Echi di guerra”. Si tratta di quattro prose molto più vicine alla narrativa teatrale che alla narrativa pura, giocate come sono su dialoghi arrembanti alternati a...
Negli ultimi anni, l’editoria italiana ha mostrato cenni di interesse nei confronti della torrenziale opera di Margaret Oliphant (1828 – 1897), dimenticata scrittrice scozzese. A partire dal 1990, nell’ordine, Edizioni Nord, Tranchida, Marsilio e Azimut hanno tradotto, rispettivamente, “La terra delle tenebre”, “La finestra”, “La finestra della biblioteca” e “Gli assediati”.
La ricerca dell’essenza: il locus dell’anima. L’indagine sulla coincidenza tra linguaggio e anima: la reminiscenza delle letterarie segregazioni per osservare la rivelazione spontanea del linguaggio divino. La disperazione del silenzio, l’ossessione del senso. Tutto questo sembra essere estraneo al noir: non quando il noir è l’opera prima, in narrativa, d’un poeta, d’un poeta laureato, John Burnside. Questo libro trasfigura e sintetizza la ricerca d’ogni poeta consapevole: quella della natura del linguaggio, quella della coincidenza tra linguaggio e realtà, quella dell’epifania del suono primo.
“La viltà intellettuale è il peggior nemico che uno scrittore o un giornalista debba affrontare”, così dichiarava George Orwell nella sua “Libertà di stampa” stesa come prefazione a “La Fattoria degli Animali”, opera scritta nel 1945 con l’intento di svegliare l’intellighénzia inglese dal torpore di quegli anni e di affermare la propria libertà intesa anche come “diritto di dire alla gente ciò che essa non vuol sentire”.
L’ESTRANEO.
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